Vai al contenuto

LA SCELTA PLANT-BASED

10 dicembre 2020

Avevo già letto “Perchè mangiamo gli animali?” del mio caro scrittore preferito Jonathan Safran Foer, anni fa.
A marzo poi ho letto il suo successivo libro “Possiamo salvare il mondo prima di cena” (nel frattempo aveva scritto “Eccomi”, forse il libro più mio di sempre, che consiglio a tutti, sempre, in ogni caso).
In “Possiamo salvare il mondo prima di cena” analizza l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi e arriva alla conclusione che se tutto il mondo occidentale si votasse al consumo di prodotti animali e di derivazione animale solo una volta al giorno, simbolicamente la cena, il pianeta avrebbe qualche chance di sopravvivere al collasso che sta vivendo (e noi con lui). Pragmaticamente, Foer sostiene che sia impossibile cambiare totalmente l’alimentazione della popolazione: sarebbe infatti improbabile l’abbandono completo degli alimenti animali per un passaggio ad una dieta vegana per tutti, ovunque. Per contro di questa idea utopistica e irrealizzabile, immagina dunque un mondo in cui la maggior parte della popolazione mondiale consumi prodotti animali solo una volta al giorno, o anche meno, considerando anche che ad oggi i poveri nel mondo hanno un’alimentazione basata su cereali e legumi, e che sono gli europei e gli americani a contribuire maggiormente alla domanda di prodotti animali e dunque a sostenere gli allevamenti intensivi e il loro indotto (di deforestazione, sfruttamento, dolore e inquinamento).

Ecco, ho pensato, questo è giusto ed è fattibile. Avevo già provato una volta a diventare vegetariana. Durata dell’esperimento: un mese, fintanto che mia nonna non mi cucinò la carne alla milanese. Ero giovanissima e mi mancavano basi e supporti. Nonostante questo piccolo fallimento, spesso avevo già pensato che sarebbe stato giusto e salutare diminuire il consumo di carne. Dal pensarlo al farlo, mille ostacoli. Primo fra tutti la pigrizia e la mancanza di motivazione.
Ma il solletico fatto dal libro di Foer mi ha fatto dire: perchè no?
Complice il primo lockdown serrato, l’impossibilità di cene fra amici, la difficoltà del fare la spesa, il maggiore tempo libero per cucinare, i ristoranti chiusi, a marzo ho cominciato ad eliminare la carne.

Contestualmente ai miei turni di riposo o gli smonti, non potendo uscire di casa, ho guardato tre documentari.
Cowspiracy, sempre improntato ad una vista ambientalista delle scelte alimentari, che non ha fatto che sottolineare quanto avevo interiorizzato dal saggio “Possiamo salvare il mondo prima di cena”.
What the health, la dieta vegana e quella onnivora, le conseguenze sulla salute, i rischi di cancro correlati al consumo di carni lavorate e carni rosse, le correlazioni tra consumo di latte vaccino e tumore al seno. Diabete, ipertensione, obesità e dieta. Insomma, anche la salute avrebbe beneficiato quanto più vegetale decidessi di mangiare.
Game changers, a me che ho piccole velleità sportive, come avrei mai potuto continuare a farle senza mangiare carne? E l’anemia? E il ferro? Non avrei mai più potuto andare in bicicletta o scalare, se avessi smesso di mangiare derivati animali. Avrei dovuto scegliere tra salvare il pianeta (o meglio, dare il mio minuscolo e infinitesimale contributo) e continuare a vivere normalmente. E invece no. Mi sembrava quasi impossibile scoprire che si può vivere benissimo, in salute e facendo sport, anche senza bere latte e mangiare carne.

Questo è stato l’inizio. Un misto di amore ambientale, cura per la mia salute, possibilità che non credevo possibili.
Ad aprile ho smesso di mangiare pesce.
A maggio ho smesso con le uova e i formaggi*. Io che non mangio uova non l’avrei mai e poi mai e poi mai creduto possibile. Io che le uova le avrei mangiate in ogni modo: fritte crude sode strapazzate all’occhio di bue in camicia in frittata nelle torte nella pasta nei flan, in ogni santissimo modo.
Sono passati pochi mesi e ora il sapore dell’uovo non mi piace più.

Ho chiesto aiuto a due amici vegani, una sportivissima mia ex collega di università, l’altro un mio lontano amico passato all’alimentazione plant-based per motivazioni prettamente animaliste. Mi hanno dato consigli, supportata, invitata in gruppi di ricette vegane, e indirizzata ai profili più autorevoli per un’alimentazione vegana sana.
Il punto di vista animalista, dicevo, proprio non mi toccava. L’ambiente sì, la salute anche. Gli animali, beh, non potevo farmi carico anche dell’etica e della morale dello sfruttamento animale. Non era cosa mia, i cani e i gatti mi piacciono, anche i cavalli, i conigli e i maiali, le mucche pure, ma della loro sorte non son mai stata attenta. Quindi se avessi smesso del tutto col consumo delle loro carni non sarebbe stata perchè sono “vegana” in senso stretto (e quindi antispecista) o perchè sono buona, ma per altre motivazioni, pur sempre nobili ma non così nobili.

Ho quindi smesso di consumare carne e pesce, uova e formaggi*. Ho letto libri di nutrizione vegana, ho fatto gli esami del sangue, ho comprato le pastiglie di b12, ho iniziato a seguire blog di ricette plant-based e ho fatto incetta di semi, verdure, cereali, legumi. Alcuni non li avevo mai sentiti nominare.
Nei mesi il mio palato ha cambiato gusti, non brama più carne e pesce, alcuni profumi sono diventati puzze e quando ho voglia di ragù mi sembra non ci sia niente di più buono di un ragù di lenticchie.
Ho imparato a sorvolare sui vegan-nazi e sulle mie imperfezioni*, non sono nè vegetariana nè vegana, non voglio mettermi etichette perchè mi sentirei schiacciata dal perfezionismo che deriva dall’etichettare qualcosa. Voglio sentirmi libera di mangiare una bistecca di carne se un giorno ne avrò voglia (per ora non sta succedendo) e di tornare a mangiare come prima se ne sentissi la necessità. Senza dovermi sentire additata da qualcuno come incoerente.
Per ora però, questo cambio nella mia alimentazione è ciò che di più importante e bello ho fatto accadere alla mia vita in questo strano 2020.
Mi sento bene, contribuisco a rendere un pochino più sostenibile la mia presenza su questo pianeta, faccio lo sport che facevo prima e ho le energie che avevo prima. Faccio del bene a me e al pianeta, non ultimo faccio del bene, indirettamente, a quegli animali che non contribuisco ad uccidere.

Perchè se è vero che i mercati non vengono influenzati dal singolo, è anche vero che i mercati vengono influenzati dalla domanda, e la domanda è fatta dai singoli acquirenti. E io ho il potere dei miei acquisti, e ho deciso di non far parte della domanda di “prodotti di origine animale”.

A fine lockdown, mentre pedalavo sui rulli come un criceto in gabbia, ho visto due documentari. Earthlings e Dominion. Se era vero che la questione animalista non mi stava a cuore, allora non avrei avuto problemi nel rendermi cosciente di quello che succede negli allevamenti di animale da carne, da latte e da uova. Non avrei avuto problemi nel vedere cosa succede agli animali che con la loro pelle forniscono la materia prima per le mie bellissime scarpe e le mie meravigliose borse in cuoio.
E invece qualche problema l’ho avuto. E ho capito che la vita degli esseri viventi tutti mi sta a cuore. E ho sentito dentro di me che la prevaricazione e lo sfruttamento degli animali negli allevamenti non è un affare giusto, e che se per mangiare il panino col prosciutto io sto pagando qualcuno perchè ammazzi un maiale, quel maiale lo sto ammazzando io.
E allora ho deciso che mangerò il panino con l’humus.

*il formaggio è il mio punto debole: mi piace e ce l’ho in casa perchè il mio compagno continua con una dieta onnivora seppur prevalente vegetale (mangia ciò che cucino e cucina ciò che trova in frigo). Ogni tanto mangio ancora il parmigiano e un po’ di gorgonzola sulla pizza. Mangio anche il miele, se è per questo, e il miele non è vegano. Non sono perfetta e non lo sarò mai, magari tornerò ad essere totalmente onnivora, magari smetterò di mangiare formaggio (se smettessimo di averlo in casa sarebbe molto più facile), magari adotterò un maiale, una capra, un cavolo, una piantagione di legumi. Una colonia di ratti. Quanto son carini i ratti. Di certo più dei ragni.

Credits:
Perchè mangiamo gli animali, J.S. Foer
Possiamo salvare il mondo prima di cena, J.S. Foer
E’ facile diventare un po’ più vegano se sai come farlo, S. Goggi
Cucina botanica, C. Perego
Game Changers
Cowspiracy
What the health
Plastic ocean
Earthlings
Dominion

IERI HO LAVORATO 13 ORE.

9 dicembre 2020

Ho finalmente cambiato reparto, due mesi fa. Ho finalmente lasciato le donne e le loro patologie, benigne e meno, ho smesso di vegliare di notte su sonni pesanti e tranquilli. L’avevo chiesto da quasi due anni, ma c’è voluto il covid perchè mi facessero cambiare posto di lavoro e mi accontentassero con il pronto soccorso.
Sono contenta e non tornerei indietro. Nonostante tutti i nonostante.
Nonostante l’onda di tsunami che continua imperterrita ad affogarci, nonostante i tutoni in cui si suda, e poi si gela. Nonostante i due, tre paia di guanti. Nonostante le mascherine ffp2 e ffp3 che finchè lavori incessantemente non ci pensi, ma se ti siedi un secondo ti tolgono il fiato. Nonostante i pazienti, qualcuno di loro sicuramente un negazionista, sicuramente qualcuno di loro che viene solo per un tampone, sicuramente qualcuno di loro pretenzioso, ma tutti, comunque, accomunati dalla paura e dalla solitudine.
Mi sento impotente nel non avere neanche il tempo di dar loro da bere, da mangiare, per accompagnarli in bagno. La situazione è tragica davvero.
Tragica per i morti. Tragica per noi che ci lavoriamo. Tragica per i parenti. Tragica per chi non ci crede.
E sarà tanto più tragica quanto più apriranno per le feste natalizie.
Noi ce l’aspettiamo già, la “terza ondata”. Che poi quale terza, mi viene da dire, che la seconda non tende a calare?
Questo piccolo ospedale in cui lavoro, questo piccolo pronto soccorso che ha un bacino d’utenza enorme fatto di pianura e di montagna, è un baluardo nel deserto, è una piccola roccaforte su cui spingono venti fortissimi.
I morti non si contano più.

Nonostante tutto, nonostante tutto, mi piace.

IL PAESELLO

20 Maggio 2020

Ho deciso di scoprire una carta che in tutti questi anni è stata nascosta, in questo non-luogo:

Il Paesello è Codogno.
Codogno nella sua triste nuova popolarità.
Codogno è il Paesello di cui tanto ho scritto in queste pagine negli anni passati, che mi ha visto ragazzina e adolescente e poi giovane donna, prima che io lo salutassi per trasferirmi a Bologna.
Il Paesello era appunto una piccola cittadina lombarda di pianura, in cui ho vissuto per otto anni, il luogo della mia crescita. Ne avevo 14 quando ci sono arrivata, dalla campagna di un centro ancora più piccolo, e 22 quando con due valigie ho preso un treno diretto a est e sono approdata nella vecchia Signora.

Quando il 21 febbraio scorso mi sono svegliata dopo la notte lavorativa, erano circa le 11 e come al solito la prima cosa che ho fatto ancora nel dormiveglia è stato scorrere facebook. Aspettavo l’arrivo dei miei genitori per il week end, quel pomeriggio. Avrebbero dovuto passare da me tre giorni, era dal 26 gennaio che non li vedevo (avrei controllato a posteriori).
Quando ho letto della notizia del primo caso ricoverato proprio lì, dove i miei genitori abitano e dove io sono cresciuta, abbiamo subito annullato l’incontro. Non sapevo, allora, che oggi, a tre mesi di distanza, ancora non avrei rivisto i miei, se non con le videochiamate, e che gli abbracci sarebbero stati vietati, così come le strette di mano, i sorrisi, le pacche sulle spalle: banditi.

Come una tossica guardavo ogni telegiornale, cercando riprese che mi svelassero angoli della città che ricordavo.
Da 13 anni non vivo più a Codogno e col passare del tempo sono sempre meno le volte che mi capita di passarci e di fermarmi.
Come una superstite fuggita appena in tempo, mi ritrovavo a dire ai miei colleghi che io, a Codogno, ci avevo speso tanto tempo, che conoscevo di vista quel primo contagiato, sua moglie faceva il mio stesso liceo, e che ancora lì ci stavano tanti miei amici. Che no, non ero stata a Codogno ultimamente. Che i miei sarebbero dovuti partire quello stesso giorno per venirmi a trovare, ma che si erano fermati in tempo.
In tempo per cosa, mi chiedo oggi.

Sono passati tre mesi e se nomini Codogno come un luogo diverso dalla sua triste attuale connotazione, oggi, ti guardano stupidi: esisteva anche prima del Covid?
Ma per me Codogno continua a essere quella che era. La mia casa, intanto. Con la mia camera dalla parete rossa, caldissima in estate che dovevo dormire sul pavimento, rotolando alla ricerca di un angolo fresco. Nebbiosa d’inverno, quella nebbia che qua ad Ovest si fa fatica a comprendere: troppo fitta, densa, bianca. Un diverso concetto di nebbia.
Per me Codogno è il liceo, giallo e brutto, col suo prato pieno di trifogli e qualche quadrifoglio. Il bar Cornali per le colazioni, il Penguin Cafè dove ho lavorato per un paio d’anni. Il mercato coperto, la saletta dove davamo lezione di italiano agli stranieri.
Codogno è il palazzetto, sede di tanti allenamenti e partite, con gli spogliatoi che puzzavano di piscio e la pizzeria che ci aspettava sia che avessimo perso o vinto.
Codogno rimane il viale della stazione che raggiungevo in bici per andare in università a Milano. Il sottopassaggio per il Nottetempo. Il Black Water e i sabato notte passati come cameriera quando avevo 19 anni. La strada per la Mulazzana, la strada per Pizzighettone (città murata), per Maleo e Cavacurta (allora Cavacurta, oggi ha un altro nome che neppure conosco).
Codogno è sempre il parco con la statua, sulle cui panchine rimanevo a leggere con una granita in mano. Codogno sono i miei ricordi di giocoleria, di impegno, di musica. E di amici che solo a quell’età di mezzo possono essere così fortemente amici. Silvia Elena Michela Franco Michele Marco, le compagne di pallavolo, i compagni di liceo, i flirt che duravano una settimana.

Oggi Codogno è dove vivono i miei genitori, dove il profumo di tigli è più intenso. Sono ricordi di momenti lontanissimi, eppure così vicini.
Non mi sento più a casa, là, ma sento fortissimo che casa lo è stata, per tanti anni.

E’ molto tempo che non torno, sicuramente più di un anno. Ma questi tre mesi di lontananza forzata, di reclusione e allontanamento legiferato, me l’hanno resa inarrivabile e dunque desiderabile.
Mi hanno fatto tornare forte la voglia di camminare per quelle vie che vedevo al telegiornale, di rientrare nei miei negozi preferiti, di prendere un caffè con quegli amici che da anni sento solo -ogni tanto- via whatsapp.

Il Paesello da cui scrivevo dei miei amori disperati e dei miei dubbi esistenziali è su tutti i giornali, ora tutti lo conoscono. Nessuno più mi chiede “hai detto che abitavi a Cologno?”, tutti capiscono al volo, Codogno è diventata famosa. Ma Codogno ben prima di diventare famosa per tutti, era speciale per me.

Il Paesello è Codogno, e questa carta scoperta è una regina di cuori.

VIGILANTE NOTTURNO

12 agosto 2019

Sono le 2.22 di notte, sono a lavoro, vigilo la notte di queste donne ricoverate, ancora in ginecologia, ancora per quanto, mi chiedo, ancora per quanto dovrò stare qua a fare queste lunghe notti silenziose (meno male) e faticose (purtroppo), con colleghe a volte troppo loquaci, a volte talmente scazzate che mi faranno santa, mi faranno.

Anche se scrivo solo ogni tanti mesi, la sostanza non cambia.
Sono ancora qua a fare le stesse cose, a pensare le stesse cose, a ristrutturare una casa (non è la stessa cosa, nè la stessa casa), a prepararmi per le vacanza come si confà ad una settimana di metà agosto.
Sono stata all’isola d’Elba, a luglio. C’ero stata, quattro anni fa, con Mr Late, il mio ex. Ero un po’ preoccupata di tornare negli stessi posti e rivivere quella che per noi fu il nostro ultimo viaggio insieme. Ho dei bei ricordi di quei giorni e avevo paura che tornare lì mi avrebbe gettato in uno stato di nost-algos profonda, quel sentimento di tristezza e felicità insieme, quel tenue ricordo, quel sentimento di ciò che non c’è più ma che è stato dolce, insomma avete capito, avevo paura di ricevere una bella mazzata sulla testa, e invece no, invece mio malgrado ho scoperto di avere una memoria molto corta, e di non ricordare praticamente alcun luogo, come se non vi fossi mai passata, come se non ci fossi mai stata, è stato tutto come nuovo, una scoperta continua, vaghi ricordi di un passato remoto che in realtà remoto non è. Ho la memoria dei pesci rossi e in questo caso è servito.

Sono stanca e ho bisogno di dormire, non in questo momento specifico, in generale, in questo periodo. Domani, che poi è già oggi, dormirò tutto il giorno. Approfitto di dormire quando danno brutto tempo e domani, a quanto pare, farà brutto. Dormire e leggere, in verità, perchè dopo tanto tempo senza lettura, mi sono finalmente riavvicinata al mio passatempo preferito. Mi sono comprata un e-reader e compro e-book scontati su amazon, che di solito sono storie poco impegnative, gialle o wanna-be giallo, insomma, leggo senza impegno la maggior parte del tempo e poi talvolta spunta un bel libro scritto bene e piacevole da leggere e sono già allenata alla lettura e non mi distraggo ogni 10 righe, che quando uno non legge da un po’ poi il rischio è che non riesca più a leggere.
Insomma, domani che è già oggi, dormirò e leggerò, e mi rotolerò tra quattro cuscini e lenzuola sudate, perchè, come in ogni agosto, mi sciolgo.

Il giovine vecchio è partito per un breve viaggetto coi suoi amici centauri, e proprio oggi, che poi è ieri, pensavo che non mi manca.
Insomma, sto bene. Ma non quel stare finalmente bene dopo l’insofferenza, bensì il continuare a stare bene perchè in fondo non ho bisogno di lui. Che per qualcuno sarà forse una bestemmia all’amore, ma per me è la cosa più bella. Non ho bisogno di lui perchè sto bene anche da sola, ma con lui sto meglio e quando siamo insieme mi fa piacere. Non sto con lui per necessità ma per scelta. E insomma, pensare di non aver bisogno di lui mi fa sentire in equilibrio e completa.
Quando tornerà a casa dopo questo breve viaggio sarò contenta, ma per l’intanto sto bene comunque.

Se si va a votare in autunno voterò Taffo Funeral Services.

OGNI TRE MESI RISPOLVERO LA PASSWORD

6 febbraio 2019

Non è che scrivendo una volta ogni molti mesi cambi qualcosa nella mia vita. Tutto rimane, spannometricamente, sempre lo stesso.
Però mi accorgo che se non scrivo, non penso.
O meglio, penso ma non capisco cosa penso, non razionalizzo, non formalizzo, bypasso. Penso ma non mi è utile perchè non rielaboro e non sono in grado di esplicitare.
E quindi dovrei scrivere. Ma quando, e come.
Ora, qua.

E’ febbraio e febbraio si sa che è un mese mediocre. Dura poco e non succede nulla. A parte che andremo in ferie. In Trentino a sciare. Scialpinismo che fa sempre bene agli occhi al cuore e al culo.
Nel senso che lo rassoda, il culo.
Ho chiesto il trasferimento. L’avevo scritto, che qua in ginecologia mi sento fuori luogo. E allora ho richiesto la rianimazione, vecchio amore, e il pronto soccorso. Chissà se. Chissà quando.
La ginecologia non mi piace. Non mi piace l’argomento, non mi piace la chirurgia ginecologica, non mi piacciono i ginecologi.

Odio Salvini.
Lo odio più di quanto non odiassi Berlusconi.
Odio Di Battista e Di Maio e tutti quelli che avendo votato i 5stelle ancora li supportano.
Ma come si fa.

L’altra sera ero da mia nonna e parlavamo. A mia nonna han diagnosticato una demenza senile di tipo Alzheimer, lei non lo sa, ma noi vediamo il declino ogni giorno. Non siamo ancora al momento in cui non ci riconosce e si perde per il paese, ma insomma, l’avanzamento del buio è visibile. Beh insomma parlavamo e lei mi diceva qualcosa come “sai, muoiono tutti. ho letto sul giornale locale che ieri è morto Pinco, nonno mi ha detto che l’altro ieri è morto Pallino, sai ci sono i manifesti del commerciante di chincaglierie di sotto i portici, ed è morto anche quell’altra che incontravo al mercato. Manca poco e toccherà me.”
Che, per carità, è proprio così, è una sicurezza talmente scontata che sì, prima o poi ti tocca cara nonna, ma cosa vuoi che ti dica se non le solite frasi fatte e il sempreverde “meglio morire da vecchi che da giovani” in cui mi rifugio sempre, poco professionalmente, quando i miei anziani pazienti mi dicono che è brutto invecchiare.
Sti cazzi però.
Insomma, ero lì che banalizzavo le preoccupazioni di mia nonna quando, SBANG! epifania!: io morirò.
Cercate di capirmi. Ovvio che so che morirò. Moriremo tutti e tutti son sempre morti ed è una inevitabilità a cui non si scappa, ma in quel momento ho avuto un paio di secondi di chiarissima consapevolezza della mia fine.
Ed è stato angosciante.
Io finirò. Un giorno in un momento non deciso, smetterò di esistere. Smetterò di respirare e poi il mio cuore si fermerà. E io non sarò più.
La mia centralità, che è quella da cui guardo il mondo da 34 anni, svanirà. Non esisterà più, e io con lei.
Adesso che lo scrivo sembra scontato e sciocco, lo so. Ma quei due secondi, che son bastati, ho percepito la mia assenza.

Poi sono uscita a fare aperitivo.

VANEGGIAR

21 novembre 2018

Accendo il pc ormai una volta ogni tanti mesi, non sempre mi risponde come vorrei, ovvero: si impalla, si spegne, si incanta e io smadonno spengo tutto staccando la presa e vaffanculo. Insomma, questo pc ha quasi 10 anni e anche se è stato sicuramente usato poco rispetto alle sue possibilità, è stanco e non ce lo nasconde. Oggi, non so perchè, pare abbia deciso di collaborare.
La casa è pulita perchè la signora delle pulizie è appena andata via. Si benedicano le signore delle pulizie e sia sempre lodato il profumo di pulito di quando se ne vanno e la casa è tutta in ordine e pulita e splendente. Vorrei averne una fissa in casa sempre. Solo che la vorrei muta e che tra l’altro non sia fervente cattolica e soprattutto che non mi sproni alla procreazione ogni santissima volta che mi vede.
In ogni caso è brava e buona e la sopporto. I soldi meglio spesi della settimana.

Non è che a mia vita sia di molto cambiata, dall’ultimo post estivo. La micosi è passata, menomale, ma il resto più o meno è sempre lo stesso. Il lavoro, la montagna, la bici, il moroso. Ah, ho due gatti. Ahah. Sciocca. Già.
E mio padre ha un tumore ed è proprio brutto averlo. I tumore, e il papà con il tumore. E’ bellissimo avere un papà. Ma è brutto sapere che ha un tumore che lo fa stare male.
Insomma, credo di essermi spiegata.
Un giorno magari approfondirò. Magari.

Sono stanca che ho fatto la notte e tra tre ore vado a fare la seconda. Speriamo dormano tutte le pazienti. Adesso mi mangio un caco e poi caco. Ahah. Ah. Ah.

Forse era meglio se il pc non avesse collaborato neanche oggi.

CALDO, MICOSI, CAMBIAMENTI.

7 agosto 2018

Fa un caldo porcello.
Anche il mio pc, che povero vecchio fa quel che può, si lamenta non poco con la ventola a mille il cui rumore copre la musica che spotify sta generando random dal mio cellulare.
Sudo anche da ferma, e poi mi lavo, e mi è uscita una micosi sulla pelle, circoscritta, per carità, ma il medico da cui sono stata stamattina (smontante notte, dopo due ore di sonno e due di attesa) mi ha detto “lei si lava troppo, in realtà ci laviamo tutti troppo, si metta questa crema due volte al dì per 15 giorni e si lavi meno). Che poi a lavarmi meno ci metto anche poco, che a me lavarmi non è mai piaciuto molto, ma per la carità dei miei colleghi, i miei pazienti e i miei amici, talvolta un po’ di bagnoschiuma me lo passo sotto le ascelle.
Comunque, spalmerò la crema antimicotica 2 volte die per 15 giorni, e vedremo se tornerò sana come prima.

Ho appena comprato la guida della Slovenia. E’ lì che andremo, in ferie, tra due settimane.
Se sopravvivo, ad altre due settimane di lavoro.
Quest’anno ho proprio faticato.
Il trasferimento, la sala operatoria che mi faceva CA.GA.RE., il perfavorecambiatemirepartoviprego, poi andato a buon fine, e l’attuale ginecologia che insomma, ecco, io non vorrei essere proprio una stracciamaroni, ma ecco, ecco, faccio tanta fatica.
Mi manca la rianimazione, mi manca il gruppo di lavoro dove ero prima, a volte mi mancano addirittura i 100 km di auto da e per (non è vero), mi mancano gli intubati, i monitor, la morte, il fine vita, gli anestesisti, il propofol e tutto quel mondo.
Non tarderò a cercare una via di fuga.
Che come sanno i pochi lettori di queste pagine, stare troppo ferma a me non riesce e dunque il cambiamento unica via.

Vado a preparare lo zaino.
Stasera notte, domani dormirò e poi mi sposto in montagna. Due giorni. Al fresco. Senza lavarmi. Così il mio medico è contento.
Sono così        DILIGENTE.

STORIA DELLA MIA VITA

22 luglio 2018

E’ domenica mattina ed è quasi un anno che non scrivo qua sul blog.
Ne ho avuto spesso, e molta, voglia. Problematiche pragmatiche mi hanno tenuta lontana da questi lidi, e in particolare:
la mancanza, per lunghi mesi, di una rete wifi domestica
la difficoltà di scrivere lunghi post dallo schermo di uno smarphone
ultimo, ma non ultimo
la dimenticanza della mia password wordpress, per cui svariate volte ho tentato l’accesso senza successo, e solo stamani mi sono incaponita tanto da passarci due ore e averla vinta, alla fine. La mia amata paginetta è tornata in mio possesso, ed ho subito aggiornato la password, l’indirizzo email e il numero telefonico per il recupero perchè davvero ho sudato 7 camicie/ce per ritrovarmi qua, davanti a questo foglio bianco, con le dita che scorrono sulla tastiera.
Finalmente.

E’ il 22 luglio 2018, l’estate va finendo, alle 21.30 quando esco dal lavoro è già praticamente buio pesto, e di questa stagione vacanzuola non ho ancora fatto nulla, la lascio srotolarsi pigramente tra lavoro (che ho cambiato a febbraio), e giorni di riposo. Giorni di riposo che riempio di montagna, mare, passeggiate, sport, lettura e noia. Le ferie ancora devono arrivare.
Oggi è il 22 luglio 2018 ed è domenica, nel pomeriggio lavorerò, sono a casa da sola e ancora in pigiama, sul letto, mi chiedo come stia andando la mia vita.

Convivo, non convinta.
Il giovane vecchio è il mio compagno da quasi due anni, una relazione tranquilla che non prende il volo ma neppure s’affossa. Senza deciderlo e senza parlarne ci siamo trovati a vivere a casa mia, a volte vorrei tanto, tanto, essere da sola, come questa mattina, non dover dividere niente, non dover scendere a nessun patto, a volte sono così annoiata. A volte invece no, insomma, io dopo due anni sono sempre annoiata, non so se devo imparare a convivere con queste storie et relazioni et imperfezioni, che la perfezione non esiste, oppure se sono destinata a fallimentari amoreggiamenti a breve scadenza. Di certo al momento non ho la forza nè la voglia di interrompere nulla, e posticipo decisioni che, se ci saranno, saranno più in là nel tempo.

Il fantasma del mio ex, mr Late, si fa via via più trasparente. Non scompare, questo no. Raramente lo sogno ancora, e ancora duole. Ma è una presenza sottile con cui ho imparato a convivere, che non ascolto più di tanto e che in fondo si deve fottere, nel mio cervello. C’è ma non vi bado troppo perchè cazzo non ho scelto io se se ne è andato, e son passati quasi tre anni, dunque basta.

Ho cambiato lavoro, dicevo, o meglio, ho ottenuto il trasferimento tanto bramato, lavoro a Rootscity e in ospedale ci vado in bicicletta. Bene, no?
No. Perchè sono in un reparto che non mi piace granchè e perchè le colleghe son gentili ma, e soprattutto la caposala porcatroia.

E niente. Ora che ho recuperato la password cercherò di scrivere più spesso.
Ho 33 anni, tra pochi giorni 34.
Non son più una baby, come mi disse una volta una vecchia in casa di riposo. Quasi 100 anni, “non son più una baby”, mi disse. Come ti capisco, cara, come ti capisco.
Come ogni volta che scrivo su queste pagine, sono contenta, e contemporaneamente insoddisfatta.
Storia della mia vita.
Vado a fare la seconda colazione.

 

 

 

 

 

NON CI SARA’ MAI GUARIGIONE

26 agosto 2017

Ho sentito il mio ex. Proprio adesso, 5 minuti fa.
Perchè? Perchè lo penso spesso, perchè lo sogno, perchè non ci siamo mai parlati dopo il suo andarsene, perchè due anni fa eravamo in vacanza insieme, l’ultima vacanza, e facebook me lo ricorda, perchè mi sembra di non avere più quei sentimenti così nitidi, perchè sento il cuore cauto e in sordina, perchè volevo, sì.
Mi sarebbe andato bene anche se non mi avesse risposto, invece l’ha fatto e sono state, le nostre, parole lievi, dolci e vere. Parole piene di lacrime e sorrisi e carezze. Senza scavare nei se e nei perchè, solo ci siamo detti che ci siamo nel cuore, stampati nel cervello.

Non ci sarà mai più Francesca come era prima del suo addio. Non potrò mai più amare come ho amato lui, non voglio più soffrire come ho sofferto. Il mio cuore è rotto. Ha imparato a battere anche spezzato, funziona, ha rallentato il battito ma mi tiene viva.
Non ci sarà mai guarigione totale.

QUESTA ESTATE NON E’ UNA VERA ESTATE

21 luglio 2017

Questa estate non è un’estate vera perchè non la sento come tale.
Sarà che lavoro sempre, che la settimana di ferie è V O L A T A, che non è stata neppure niente che, che se vi devo proprio dire, in Romania, non andateci che mica c’è tanto da vedere.
Stasera faccio la notte e quando faccio la notte ho l’ansia da deprivazione del sonno e quindi dormo ininterrottamente tutto il giorno anche se sonno non ne ho.
Stasera faccio la notte, ho comprato i biscotti da spartire con i miei collegucci notturni e speriamo passi veloce e indenne.

Come va la mia vita? Come va?
Cazzo, sto dimenticando di farmi un periodico esame di prospettive e ambizioni, mi lascio portare là dove la corrente spinge, non mi impegno per degli ideali, non mi impegno per dei progetti.
Lavoro, e il lavoro mi piace, nonostante i km.
Vado in montagna, che adoro, adoro.
Ho ripreso a nuotare.
Ho smesso di correre.
Amo. Amo? Amo.
Diversamente, ma amo, direi. Il giovine anziano del mio cuor, che siamo abbastanza diversi e un po’ simili, che ci ho messo quasi 7 mesi per definire fidanzato, che insomma, nonostante tutto fa ancora male quello che è stato in passato, ma lui non ne può ed è davvero una bella persona e il passato, cazzo, è passato,
Insomma, vado a cucinare cena.