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LIMONARE IN MACCHINA CON UN UOMO MATURO DALLA VOCE PROFONDA

12 ottobre 2016

Questo freddo pungente, il riscaldamento sulla macchina, il giubbotto, il piumone sotto cui addormentarsi.
Arriva prepotente l’autunno e mi sento frustrata nel non poter far nulla per fermarne l’avanzata. Io non lo voglio, il freddo e il gelo e la neve e il buio, io non lo voglio.
Non voglio le feste, le cene, le calze pesanti, il vapore fuori dai respiri, i guanti.
Ovviamente cadrei volentieri nella commemorazione di “un anno fa”, ma sono anche quasi stufa di commemorare la disfatta, basta.
Ho passato un’ora, oggi, prima di entrare a lavoro, a limonare in macchina con l’uomo maturo con la voce profonda, come i quindicenni, tutti vestiti, tenendoci il viso con le mani.
E contemporaneamente scavando la fossa in cui io mi seppellirò appena questa situazione mi sfuggirà di mano, di cuore, di stomaco. Cioè presto, molto presto.
Ovviamente so tutto quello che dovrei e non dovrei fare, sono bravissima con la teoria.
Se in palio ci fosse un premio per il masochismo più spiccato, non ci sarebbero dubbi su chi lo vincerebbe, sono già sul podio. I lividi, quelli metaforici, sono in nuance con il mio umore: tendente al violaceo.

Stamattina ero contenta. Nonostante il meteo.
Ieri sera sono andata a giocare a pallavolo, dopo 6 anni che non indossavo delle ginocchiere e che non toccavo una palla, le passioni sono dure a morire, come spore permangono addormentate per poi rifiorire quando il contesto è favorevole. Dopo aver dormito 5 ore, poi, stamani sono andata in palestra a sudare ed allenarmi, le endorfine dello sport mi salveranno, dovrebbero avere un’emivita più lunga però, che mi è difficile vivere con le scarpe da ginnastica sempre ai piedi.
La libertà tutta per me, il tempo da destinarmi e dedicarmi, il ragazzo inglese, Matthew, che è ripartito in sella alla sua bici direzione Francia dopo due giorni ospite a casa mia, una colazione con il pane fresco sfornato dalla mia cucina, ancora caldo, e il miele, e il the caldo.
Poi il lavoro, il buio, il freddo, i baci che non dovrebbero essere dati, le situazioni di merda in cui mi ficco sempre, il cibo che mangio sempre in quantità esagerata, il dubbio sulla libertà e sulla solitudine, su cosa voglio per me, se mi sto trattando bene oppure no, e la contentezza è sparita, la malinconia e la nostalgia del mio futuro, il freddo che ti colpisce forte fuori dalle porte, fuori dall’ospedale, andando a prendere la macchina, la musica la sera, una notte limpida senza foschia, una luna che cresce, poco traffico, i pensieri che corrono tra cosa dovrei e cosa vorrei e cosa farò della mia vita.

NON SARO’ IO A PIANGERMI ADDOSSO TUTTO L’INVERNO, VERO?

6 ottobre 2016

Ho letto un libro, e mentre lo terminavo, le ultime due pagine, le ultime righe, ho pianto, singhiozzando, bagnando la carta e il tavolo, tirando su con il naso e asciugandomi le lacrime con la manica della felpa.
E’ venuto all’inaugurazione di un locale, qua, dove vivo io. E ha portato lei, che ha presentato ai miei amici, che anch’essi erano all’eventucolo. Gliel’ha presentata e per fortuna io non c’ero, per fortuna.
Poi loro, disgraziatamente, hanno pensato fosse bene farmi sapere di questo incontro.
Ma anche no.

L’autunno è arrivato, fa freddo, son raffreddata, addio scarpe aperte, benvenuta coperta, minestra di zucca, plaid, buio alle 19. Benvenuto un cazzo, direi.
Tra circa dieci giorni, tre anni fa, lo conoscevo. Tra circa due mesi, l’anno scorso, se ne andava.

Il passato è passato e non sarò io a piangerci addosso tutto l’inverno, vero?
Esatto. Avete risposto correttamente.

Ho conosciuto un ragazzo. “Un uomo maturo”, mi ha corretto il mio amico Smemorino, oggi, quando gliel’ho raccontato.

Dopo il possessivo, il minidotato (sia di cervello che di pene), il diversamente separato (in realtà ancora ben sposato alla consorte), il poliamoroso penecentrico, il papà e presto di nuovo papà (che però si è dimenticato di dirmelo, di avere una famiglia, di cui la mugliera gravida), ho conosciuto un uomo maturo dalla voce profonda e si sa che le voci profonde aprono varchi, non stiamo a specificare.
Un uomo maturo che mi è piaciuto. E che mi ha fatto sorridere, e che mi ha fatto parlare ed ascoltare. E che mi ha chiesto il numero per poi, udite udite, telefonarmi.
Ovviamente è impegnato. Ovviamente mi piace.
Sparatemi alle gambe e mirate bene.

UPDATE PER DIRE SEMPRE LE STESSE COSE

22 agosto 2016

In questi giorni di introspezione e elucubrazione sono giunta a sintetizzare il mio più grande problema attuale

sono ancora innamorata di lui

Sono passati otto mesi e ancora lo sogno, ancora ci penso, ancora chiedo alle amiche di farmi sbirciare dal loro telefono il suo profilo di facebook, che io ho saggiamente bloccato, mimando un conato di vomito quando vedo le foto con la sua ex.non.più.ex.
Chiedo sue notizie, mi informo, ci penso, non riesco a guardare le foto, mi perdo nel pensare a cosa facevamo insieme un anno fa, mi faccio del male, cazzo, mi faccio così male.
Mi faccio del male anche considerando le brevi, e disastrose, storielle che ho avuto in questi pochi mesi, uno peggio dell’altro, ragazza facciamo qualcosa per affinare la ricerca, smettila di cercare nei repartini di psichiatria che non è il caso, ne vorremmo uno, uno solo, che non sia ossessivo, celatamente sposato, geloso, possessivo, noioso, ignorante, egoista, poliamoroso.

E di fatto, non so neppure più scrivere.

HO PERSO L’AMORE

5 luglio 2016

[E intanto un mese fa questo blog amato e bistrattato ha compiuto 10 anni!]

Sono stata in ferie e nonostante i più mi dicano che essere partita per tre settimane, da sola, sia da coraggiosi, io continuo a pensare che il coraggio sia cosa diversa.
Che il coraggio sarebbe seguire quella vocina interna che ti suggerisce di andare, di amare, di lasciare, di respirare a fondo e abbandonarti.
Ma questo coraggio non ce l’ho ancora, cerco di recuperarlo, di scovarlo in me, da qualche parte dev’essersi annidato, mi serve e mi serve subito.

In ferie ho sognato che l’attuale compagna di Mr Late, ovvero la sua ex precedente me, aveva una relazione con mio padre, andava a trovarlo in ospedale, tutta moine e carezzine, e io ero così triste, impotente, delusa, ferita, e mi arrabbiavo con mia madre che permetteva tutto, mi arrabbiavo con mio padre per essersi innamorato di una così, mi arrabbiavo con me per tutta la sofferenza che imputavo a questa donna, che oltre ad avermi portato via il mio uomo (questa la percezione, quantomeno), mi stavo portando via la famiglia, la serenità, il sorriso. Mi sono svegliata in un mare di lacrime e sconfitta.

Sono arida, ho il cuore e lo stomaco che non battono più.
Tanto posso essere entusiasta, e allegra, e bagnata là sotto, quanto sono desertica nel compartimento cardiaco. E se, come dice il mio saggio amico Smemorino, “bisognerebbe enucleare a fondo la situazione, per poi capire che ci inaridiamo, che pensiamo di aver capito come gestire certi problemi e invece siamo solo dei furbetti, maghi del dribbling, paurosi trentenni del cazzo. Mentre un ventenne attraverserebbe un continente per un bacio”, allora enucleiamo, perchè a me l’entusiasmo di dieci anni fa manca. Manca sentirmi viva, innamorata, disposta a tutto. I km in treno senza aver dormito neanche un’ora, le chiacchierate fino a che si chiudono gli occhi, pensare che tutto sia possibile, che ce la faremo.
E il ventenne in questione, per dire, esiste.
Lui attraverserebbe un continente per un bacio che io gli ho promesso di tenergli da parte, e io continuo a ripetere che no, che sarebbe un’ecatombe, che non ci sono possibilità, che ci faremmo solo male, che non ho più l’età, che abbiamo vite troppo diverse, necessità diverse, che l’amore non cambia il mondo, che è meglio di no.
Non attraversare un continente, non farlo per me, non ne vale la pena, io sono arida e non sento più nulla, ho perso la sensibilità, ho perso l’amore.

 

NO, DOMANI POMERIGGIO LAVORO

20 maggio 2016

Svegliatami dal mal di testa che mi affligge da tre giorni – nonostante la compressa di tachicaf, il brufen, le 60 gocce di toradol-, circa un’ora fa ho guardato il telefono, per scoprire che era solo mezzanotte e poco più, e ho trovato un suo messaggio. Anche se non ho più il suo numero memorizzato, la foto profilo della gallina, che lo contraddistingue da anni, non ha lasciato dubbi sul mittente.

IMG_20160520_004708Vorrei veramente contrassegnarlo come SPAM!, rimettermi a dormire e scoprire tra qualche ora se l’oki ha avuto migliori effetti di tutti gli altri farmaci presi, ma il criceto che alloggia nella mia scatola cranica si è messo in moto, e la ruota su cui corre cigola, e col cazzo che io mi posso rimettere a dormire.

La prima risposta che mi viene in mente è MUORI.
Muori, ma muori male.

Poi ci ripenso. D’altronde morire non è poi un augurio così originale. Arricchisco l’augurio di soggetti: morite tu, lei e la vostra futura progenie.
Già suona meglio.
Ma non è l’unica alternativa. Mi viene in mente una sequenza di risposte che vanno da “ammazzati” a “zitto tu stronzo”, rigorosamente in ordine alfabetico.

Poi rileggo il messaggio.
Salve. Salve un cazzo. Chiariamoci. Sono passati cinque mesi e una settimana da quando te ne sei scappato alla chetichella portandoti via gli ormai famosi calzini, di questi cinque mesi tre li ho passati nel vano tentativo di comunicare con te senza alcuna risposta a parte l’indifferenza totale, e te ne esci con salve.  Salve deriva dal latino ed era augurio di salute e benessere, ma se riesci a seguirmi fai con me un salto indietro di qualche riga e: muori. 

Bene. Bene cosa? Bene aggettivo? Bene sostantivo? Anche bene deriva dal latino bonus, buono, ma io qua di buono non vedo proprio alcunchè, neanche uno spiraglio di bontà, dimmi perchè scrivi bene, spiegamelo, che io di bene ne avrei voluto tanto in questi mesi, ma no, non mi pare proprio ci sia niente di buono, di positivo, di corretto nè di giusto.
La prossima volta usa dei sinonimi, che so, male, malissimo, pessimo, stomaco spaccato, cervello spappolato, cuore rattrappito, ma non usare più la parola bene, non in un messaggio che indirizzi a me, non in un pensiero che indirizzi a me, di bene non c’è nulla in tutto ciò, di bene non c’è proprio nulla.

Scusa se ti disturbo. Il mio disturbo, ti assicuro, lo conoscerà presto il mio psichiatra, non scusarti di questo. Scusati invece del fatto che non mi hai più risposto quando ti chiedevo, ti imploravo, di parlare e di chiarire. Scusati piuttosto di essertene andato senza neppure dirmi ciao. Scusati per avermi fatto scoprire che di nessuno mai, di nessuno nè mai, potrò fidarmi più. Scusati per aver ammazzato in silenzio la bambina allegra che albergava in me.

Come stai? Bene, non si vede?

E parliamo del basso, unica reliquia dimenticata a casa mia durante la fuga di dicembre. Il basso che mi hai chiesto più volte di lasciare presso il pub dove usavamo trascorrere piacevoli serate, per poterlo recuperare senza dovermi incontrare. Richiesta a cui io ti ho detto più volte, stocazzo, alzi il culo e porti la tua bella faccia davanti a me, e io ti darò educatamente il tuo basso e l’amplificatore e poi potrai andartene bellamente a morir suonare affanc in giro per la granda.
Beh, ora l’idea di lasciare basso e ampli al pub, o in panetteria, e scappare quatta quatta, non mi pare poi così una cattiva idea. Immaginare di reincontrarti mi stimola vomito e subbuglio intestinale, il che contemporaneamente diventa di difficile gestione.
Potrei farti avere il basso in comode rate mensili, cominciando con un tubetto di colla vinilica. In un patio d’anni potresti cimentarti nel ruolo del giovane liutaio e vedere come te la cavi a assemblare strumenti musicali. In tempi di crisi una competenza in più non va sottovalutata.

E smettere di rompere. Tesoro, ragazzo pieno di barba ma in fondo imberbe, giovine spensierato, tu non sai quanto hai rotto. Tu non hai idea di cosa si è rotto.
Il giorno che tutto tornerà al suo posto e a funzionare regolarmente, pur con le cicatrici sottolineate dall’oro di quei saggi dei giapponesi e dai fili chirurgici non riassorbibili, quel giorno, io e il mio psicoterapeuta andremo a fare il tour dei bar con le stelle filanti e i coriandoli colorati, le orecchie da coniglio e un vestitino da giullare di corte. Quel giorno, che ad oggi non vedo all’orizzonte, sarà il giorno in cui smetterai di rompere. E sarà un giorno di festa grande, di sole pieno, di serenità fatta di niente.

No, non puoi passare domani pomeriggio.
Domani pomeriggio lavoro.
Per fortuna lavoro.

IL TEMPO E’ GIUSTO

3 maggio 2016

Mi sono riletta i post degli ultimi mesi, in una vena autoreferenziale che non celo.
Madonnasacra quanta tristezza.
E dire che bastava venire a sapere che era tornato dalla sua ex, per darmi quella bastonata necessaria a resettarmi.
Perchè ora non ci penso (quasi) più, quando ci penso non mi intristisco, non mi arrabbio, non mi pento, non mi dispero, semplicemente penso meglio così, meglio allora che poi, meglio lontano da me che con me. Meno mille punti, partita chiusa, abbiamo perso, miseramente, ho perso e l’errore è stato a monte, di valutazione.

Ma ora basta, la primavera è avanzata, il tempo è quello giusto, per voltare pagina.

CHE IO NON CAPISCO UN CAZZO IN FATTO DI UOMINI

25 aprile 2016

Io non ve l’avevo detto, ma a dicembre ho cambiato lavoro. Certo, era ben più importante farvi sapere che Mr Late aveva alzato i tacchi compresi di calzini e maschera e boccaglio per sparire dalla mia vita, la notizia lavorativa è passata in ultima posizione nella mia agenda.
Ho cambiato lavoro e ne sono felice.

Tutto questo per dirvi che.
No, niente, perchè lo sappiate.

 

E invece, ben più denso di significati, Mr Late è tornato con la sua ex. Quella di cui io ho sempre avuto timore, che ho sempre pensato che forse non era chiusa davvero, checchè lui mi dicesse che non c’era più nulla. Appunto, così nulla che son tornati a frequentarsi. E sì che la minestra riscaldata blabla e che non durerà…ma stocazzo, secondo me tra un po’ mi verranno a dire che diventa padre e io così mi sparo un bel proiettile in fronte e via.
Comunque, che io non capisco un cazzo in fatti di uomini non solo sono le mie relazioni passate a confermarmelo, ma anche quelle future. O forse no, forse la chiudo qua.