Son qua a casa sul divano con il cappuccio della felpa tirato su, in forno una torta cioccolato e amaretti a cuocere per deliziare le colazioni del fine settimana, sul tavolo l’altro computer su cui stamattina ho scritto un mezzo capitolo di tesi, sul balcone la gatta indecisa tra la libertà gelata o la prigionia a riscaldamento centralizzato, tra qualche ora darò il via libera alle farfalle con l’arrivo di un treno a BolognastazionediBologna.
Sono lavorativamente confusa. O forse è solo una scusa per fare la pace con la la bambina bionda che mi sta fissando da ieri, come per dirle “giuro, son confusa, non ho ancora deciso, devo ancora trovare dei buoni motivi; non guardarmi arrabbiata! sono grande e devo fare i conti con la realtà, non solo con i desideri e le utopie e i sogni”. Ecco, forse è solo perchè quella bambina mi sta fissando con occhi accusatori e io non riesco a sostenerne lo sguardo, e allora mi dico di essere confusa, quando forse invece confusa non lo sono affatto, semplicemente brucia il fatto di dover dire alla marmocchia che ha fottutamente ragione, ma che i compromessi ogni tanto bisogna saperli accettare.

Questa è la mia postazione, la mia scrivania, il mio angolo di mondo aziendale.
O almeno, lo era fino a sei mesi fa; ora è tutto uguale, ma il monitor si è evoluto in uno superspaziale monitor piatto.
Il bruco rimane, e anche i foglietti, e le etichette per i gelati. Rimane la pace, e si è aggiunta una vignetta di Linus che dice più o meno “non sai cosa fare? fai un pisolino!”
Sono lavorativamente molto confusa.
Sono arrivata a Bologna che non avevo un euro da parte, autonomia per un mese scarso, decisa a fare qualsiasi lavoro, dalla lavapiatti al mcdonald passando per baby e dogsitting. Dopo 28 giorni di bolognesità firmavo il contratto con la MegaCasaFarmaceutica. Un mese di contratto. Poi un altro contratto di 3 settimane. Poi uno per 2 mesi. Dai due mesi siamo passati al contratto di 4 mesi. E poi a quello di sei. Era passato un anno e più. Altri due contratti di 6 mesi. Ed eccomi qua. Ulteriore contratto di 7 mesi, fino al 31 luglio 2010. Ottavo contratto in due anni e tre mesi, con la promessa che il prossimo sarà il contratto che mi renderà eterna.
Poco male, via.
Che a lungo andare ci si abitua alla precarietà, ci si scherza, si eliminano i regali di natale perchè le ferie non le pagano, ma il dolore rimane quasi solo economico.
Alla fine non son contenta di non fare hamburger da McDonald in via Indipendenza? Di tornare a casa senza puzzare di frittura?
Eravamo in 226 ad avere risposto all’annuncio, per un unico posto disponibile.
Non sono contenta?
Cercavo un lavoro per mantenermi all’università, lontano da casa, convivenza e vita e libri.
Ho trovato un lavoro vero, serio, non un lavoretto da studentessa fuori corso, azienda in cui su 200 persone ero la più giovane, 23 anni appena compiuti e quasi nessuna esperienza. Stipendio che supera le 3 cifre virgola zerozero, un lavoro vero, full time, con il badge, la mensa, le colleghe, le responsabilità, la mail aziendale e tutto il resto. Ed eccomi qua.
Da circa un anno mi si chiede cosa voglio fare da grande.
Cioè dopo la laurea.
Me lo si chiede di continuo. Il mio capo, il capo del mio capo, il capo del capo del mio capo.
E la mia risposta è sempre stata non lo so, vedremo.
Fino a dicembre, quando il capo del capo del mio capo, il Mussolini de noaltri, mi ha chiesto, voce impostata e sguardo fisso nei miei occhi miopi ed astigmatici: Cosa vuole fare da grande, dr.ssa Mantiduzza? O meglio. Cosa vorrebbe fare in questa azienda dopo la sua laurea?
Son stata onesta, per una volta, anche se dopo 3 giorni mi sarebbe scaduto l’ennesimo contratto.
Di preciso non so. Sono arrivata qua con una buona dose di fortuna, ma se avessi trovato un posto da cameriera in un bar in stazione sarebbe stato uguale. Questo è il lavoro che mi ha permesso di studiare. Da grande non so. Mi sembra di essere grande da anni. Vorrei fare qualcosa per la quale i miei neuroni siano utili nel mio cervello e non debbano solamente rincorrersi in un infinito saltare gli stessi ostacoli. Vorrei fare qualcosa per cui io debba imparare sempre qualcosa. E detto fra noi, se dopo la laurea il mio ruolo in azienda non dovesse cambiare, beh, sempre detto fra noi, sono certa che cercherò qualcosa di meglio.
E così ieri son stata chiamata a rapporto.
Sull’attenti, al cospetto del capo del mio capo.
Che mi ha comunicato che, da ieri, il mio lavoro è stato dimezzato. Metà di tutto quello di cui mi occupo viene passato ad una collega. In cambio, però, comincerò ad occuparmi più da vicino della parte gestionale e organizzativa di tutto quello di cui finora mi sono solo occupata a livello operativo (schiava). Per fare questo sarò sempre più vicina al mio capo, che mi insegnerà il suo lavoro. Sempre senza smettere di fare il mio, di lavoro.
Le piace come idea?
Si, mi piace, grazie.
E qua spunta la bambina bionda che voleva salvare il mondo dalle ingiustizie.
Che mi fissa con due occhi incazzati e serra le labbra in un rimprovero muto.
Perchè io volevo fare un lavoro utile. Utile al mondo. E mi si additi pure come utopista ideologista stolta sognatrice, ma era davvero quello che sognavo per me. E ammetto di non aver fatto di tutto per raggiungere il mio obiettivo. Potevo giocarmi meglio le mie carte, ma questa mano l’ho giocata così. Per ora.
E quindi eccomi qua, con un futuro probabile di piccola carriera in una multinazionale del farmaco, terza solo dopo le armi e il petrolio sul podio dei cattivoni del mondo occidentale.
Da missionaria caritatevole a ingranaggio per far soldi.
Eppure.
Eppure le possibilità alternative ci sono, ma non so se le voglio prendere in considerazione. Ho una fottutissima paura di pentirmene.
C’è la possibilità di mollare tutto e mettermi a fare la globetrotter senza fissa dimora.
C’è la possibilità di declinare l’offerta e continuare a fare la schiava nella MegaCasaFarmaceutica.
C’è la possibilità di tornare a casa di mamma e papà a fare la mantenuta alla ricerca di un lavoro che, al momento, non c’è.
C’è la possibilità di ricominciare tutto da qualche altra parte, di vincere un’altra selezione tra uffici di human resources e dirigenti vari, di farmi conoscere, di far vedere che dietro la faccia da ragazzino (si, maschio) e la giovine età anagrafica so lavorare e mi piace lavorare bene, sperando che prima o poi la condizione di schiava si trasformi in qualcos’altro.
Oppure c’è questa possibilità che, al momento, cercando di non degnare di uno sguardo il carrè biondo che continua a fissarmi immobile, avrei deciso di seguire: è la possibilità del prendere tutto quel che c’è e di farne bagaglio, come dice il proverbio sull’arte da mettere da parte. Intanto che sto ballando continuo a ballare e imparare nuovi passi, e poi si vedrà. Proprio perchè fare progetti a lungo termine non ha alcun senso. Proprio perchè a volte se non sai cosa fare la cosa migliore è farsi un pisolino.
HAI DETTO QUALCOSA?