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LASCIATEMI IN PACE

13 marzo 2014

Ho messo la torta in forno.

E si sa che quando faccio dolci è perché:
a) sono molto arrabbiata
b) o innamorata
c) o triste
d) o allegra
e) oppure perché ho un’abbondanza di qualche ingrediente.

A + E (mele) sono le concause di oggi.

Inoltre: non è che non scrivo sul blog da quasi un mese perché non abbia nulla da dire, o non ne abbia voglia, o non ne abbia il tempo. Abbondo di questi tre elementi.
Ma non ho internet, che il vicino ha cambiato password e mi ha fottuto.
E dallo smartfo non riesco a scrivere post, insomma, vuoi mettere la tastiera del computer.

 

Ragionavo sul fatto che.
Sto diventando un orso sociale. Mi sto ritirando.
Immagino sia un processo cominciato molto tempo fa, i cui risultati sto vedendo solo ora per esasperazione del numero di situazioni in cui rifuggo la conversazione e l’apertura di me, attraverso un piatto sorriso vacuo.

Il punto è che non mi interessa.
Non mi interessa conoscere persone nuove, non mi interessa fare l’interessante, non mi interessa che mi capiscano, non mi interessa che mi reputino intelligente, non mi interessa che sappiano cosa ne penso.

Ieri ero ad un corso. Un corso ECM di quelli di cui bene o male dobbiamo fare un tot all’anno per tenerci aggiornati e blablabla. Un corso sul lavoro d’équipe. Disposizione delle sedie in cerchio. Trenta donne e psicologa conduttrice del corso.
Ho ascoltato, scrutato, guardato e sono stata zitta. Avrei avuto mille cose da dire, ribattere, sostenere, ma non mi interessava farlo. Non mi interessava condividire con quelle altre 30 persone il mio pensiero.
Un tempo non sarebbe mai stato così. Avrei metaforicamente proteso la mano agitando il braccio a più non posso per elargire i miei saggi punti di vista utilizzando linguaggio aulico e desueto e fuori luogo per impressionare il mio pubblico e sentirmi applaudire prima di tutto da me stessa, orgogliosa.
Un corso sul lavoro d’équipe a cui ho reagito ossimoricamente.

Con mia madre, poi. Un tempo eravamo buone amiche/nemiche, ci raccontavamo le emozioni e tiravamo ciabatte, a tempi alterni.
Non so come sia successo che siamo arrivate a questo rapporto adulto fatto di rispetto, vaffanculo telefonici seguiti da razionali chiarimenti, come stai? Il lavoro? Papà tutto bene? Si e i nonni? Dai, ci sentiamo nei prossimi giorni.
Telefonate, perlopiù telefonate, che prendono in considerazione al massimo lo stato di salute, occupazionale, economico, e che non si soffermano più, come avrebbero fatto un tempo, su di noi. Perché non mi apro più, perché non le racconto più. Perché mi tengo così solamente per me, sarà l’età adulta, sarà la distanza, sarà la paura di essere giudicata.
Come stai?
Bene.
Bene un cazzo, bene proprio un cazzo.

La settimana scorsa ho incontrato le colleghe di università, che non vedevo da 3 mesi, dal il viaggio in Marocco. E non ho più voglia di farlo. Non mi interessa sapere di loro, non mi interessa soprattutto raccontare loro di me. Le nostre strade si sono divise e non ho nessuna voglia di impegnare la mia energia per tenerle, per un po’, ancora unite.

Rifuggo la spiegazione anche con Mr Late. Non ne ho voglia, quando discutiamo, di spiegarmi. Tanto che le discussioni si trasformano in musi lunghi e silenzi pesanti, ed io che combatto dentro di me tra la voglia di abbracciarlo e fare che tutto si risolva così, anche se so benissimo che non si risolve proprio un cazzo con un abbraccio, e la voglia di andarmene prendere la macchina e tornare a casa mia nel mio letto e dormire da sola.
Per la verità, v’è da dire che mentre combatto questa guerra dicotomica che rischia di dividermi il corpo in due, una parte che tira verso di lui, l’altra che tira verso la macchina, con i visceri penzoloni tra le due metà e la testa che rimane unita solo per la resistenza della scatola cranica, dentro il mio cervello muto si svolge, in plenaria davanti a tutti i miei neuroni, un dibattito fra me e me, che scandaglia ogni possibilità, che utilizza la miglior retorica, che sbatte il nemico al muro, che lo obbliga alle scuse, ad inginocchiarsi davanti a me e chiedere perdono, un così alto livello di oratoria che le lacrime cadrebbero a fiotti, se solo aprissi bocca.

Ipercritico chi mi sta attorno e le situazioni, ho una parola aggettivamente per chiunque e odio questo mio essere giudicante.

Cosa ne pensi?
Non ne penso nulla.

Mi trovo a disagio nelle situazioni più normali, vorrei fuggire e sedermi ad una panchina del parco con un libro e una bottiglietta d’acqua, con un cartello appeso al collo che reciti Per favore lasciatemi in pace.

Non mi interessa nulla, non ho voglia che pensiate che io sia arrabbiata o triste o nervosa, che io abbia o non abbia pensieri, che sia o non sia interessata (mediamente non lo sono), che mi pensiate solitaria o socievole, che vi preoccupiate di cosa ne penso, perché di come sto, di quel che penso, del fatto che pensi o meno, che abbia un’opinione o meno, che abbia o meno voglia di stare in compagnia, ebbene, non ho nessun interesse che lo sappiate.

Per favore lasciatemi in pace.

 

7 commenti leave one →
  1. 13 marzo 2014 11:33

    sarà fatto.

  2. 13 marzo 2014 12:42

    ti capisco. però alla fine poi diventa una china pericolosa 😦

  3. 13 marzo 2014 14:24

    A me periodi di scazzo simili capitano più o meno ciclicamente…
    Passerà.
    Nel frattempo, buona solitudine ma non abusarne, eh?

    —Alex

  4. 14 marzo 2014 11:02

    cavolo, ti capisco pure troppo…

  5. 17 marzo 2014 01:35

    Buon letargo fuori stagione. ❤

  6. Mitch permalink
    15 aprile 2014 12:44

    Forse renderti utile puo servire a farti stare meglio: sto per partire per il Portogallo e mi fermerò un giorno a Coimbra, puoi consigliarmi cosa c’è da vedere?

    • mantiduzza permalink*
      18 aprile 2014 18:58

      Ohhhhhhhhhhhhhh.
      Coimbra è piccola, ma ha tante cose.
      La vita notturna, dalle parti di Sè Velha.
      La biblioteca Joanina, assolutamente.
      Praça da Repubblica e la zona universitaria (facoltà di giurisprudenza, in primis).
      Il lungo-fiume (la zona bassa della città).

      Ed un giorno è andato.

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