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TEMA: LE NUVOLE; SVOLGIMENTO:

10 ottobre 2013

Non posso non ascoltare questa canzone e non pensare a mio padre e ai lunghi viaggi verso Rootscity in cui lui ci obbligava a De Andrè e io non capivo.
Questa canzone, poi, è come lui. Pacato, riflessivo, osservatore.

Non mi chiama mai, lascia fare a mia madre. Ma se per qualche motivo lei manca da casa per alcuni giorni, allora lui mi chiama. Sempre.
Ricordo una passeggiata, un patio di anni fa, sul lungofiume. Eravamo soli e mi ha lasciato il suo testamento biologico. Abbiamo parlato, allora, di morte e amore, di dignità e futuro.

Questa canzone è legata al mio pensiero di lui, indissolubilmente.

Ho saputo da poco, per caso, che quando progettavo di partire per l’Asia da sola, alla soglia dei 20 anni, confessò ad un’anziana cugina che se fossi partita, lui sarebbe morto. Non mi poteva pensare così lontano.
E contemporaneamente mi supportava ed invitava a lasciare gli ormeggi. Silenziosamente. Mia madre ha sempre parlato di più, tra i due. Ma lui c’era sempre, dietro.
Quando stavo a Calcutta da una settimana e lo chiamai per dirgli che sarei partita per i villaggi himalayani, mi rispose “fotografa con gli occhi”.

Questa sera le nuvole erano una meraviglia. Scure che sembrava dovesse tuonare, il cielo chiaro dietro. Quando si vede il Monviso, poi, stare a guardare fino a che fa buio.
La nuvola delle mesetas spagnole me la ricordo, la venerai per cinque brevissimi minuti, unico momento di riposo dai 40 gradi fissi di quel giorno che prevedeva 30 chilometri di passi.
E le nuvole basse, quelle dagli aerei o meglio ancora dalle montagne. Le vedi sotto di te che salgono e quando ti avvolgono devi vestirti perchè portano con sè carico di freddo ed umidità. D’un tratto, ti ritrovi circondato di bianco.
Le nuvole di notte sono ossimoriche, le vedi perchè non le vedi, le devi immaginare, sono il nonesserecielo, nonesserestesse, nonessereluna.
Sotto le nuvole lombarde ci sono cresciuta. Più che nuvole sembrano un telo bianco e uniforme e duraturo che riveste il soffitto. Ti appiattiscono il respiro, inumidiscono i pensieri. Guardi il mondo e sembra in bianco e nero come un film di Wim Wenders.

Cumuli di particelle d’umidità a forma di draghi e conigli.
E noi qua con il naso all’insù come formiche in mezzo ad un prato.
Siamo così piccoli.
E riusciamo ad amare così tanto.

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