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TRE UOMINI IN BARCA – PER NON PARLARE DELLA RAGAZZA (RIASSUNTO DI UNA SETTIMANA A BUDAPEST E DINTORNI)

15 agosto 2013

24 ore dal rientro in italia.
Quello che segue è un post lungo, fallace e pieno di vuoti, potrei modificarlo nei prossimi giorni, a seconda della voglia e dei ricordi.
E’ necessario, per la mia memoria da pesce rosso, che io riassuma al più presto la settimana passata in Ungheria. Vorrei imprimermela nella memoria a fuoco, ma so che non si può e che non funziona, e sono già bel consapevole di aver perso le sfumature, i minuti, i sorrisi di qualche situazione.

Quindi scrivo.

Partiti l’8 agosto, a Novara sale sul treno Edo, che non vedevo da Aprile, quando ci eravamo incontrati io e lui per una passeggiata torinese e raccontarci del post-erasmus. A Milano Centrale rimaniamo cinque minuti a guardarci intorno alla ricerca di Fra, che scopriamo essere appoggiato alle informazioni orarie dei treni, a guardarci sorridendo, aspettando che siamo noi a scorgerlo. Sono abbracci. Lui, non lo vedevo dal 21 dicembre scorso.

Pronti via, navetta per Orio al Serio e aereo direzione Budapest.

All’arrivo c’è Akos ad aspettarci, insieme ad un caldo soffocante che ci toglie il fiato. Ma siamo contenti, cazzo, siamo insieme, di nuovo.
Akos, per chi se lo fosse perso, ritornava spesso nei viaggi portoghesi, come leader e guida, pazzo energico ungherese di cui mi ero anche un po’ presa una cotta (mai dichiarata su queste pagine, ma che si poteva evincere dagli aggettivi usati e dalle foto pubblicate).

Quindi Budapest, che abbiamo chiamato Bucarest per tutta la settimana, così, solo per ridere, solo per far voltare i turisti esclamando le beltà della capitale rumena. Budapest, non avevo la più pallida idea di quello che ci aspettava. Non immaginavo nulla, tabula rasa.
E invece.
Akos è stato guida perfetta, traduttore simultaneo, non si è risparmiato in energia e voglia di farci vedere la sua città. Dopo poche ore abbiamo ritrovato la sincronia del capirsi al volo in un esperanto fatto di inglese-portoghese-italiano-ed anche un po’ di ungherese. Jo.
Ci siamo abbracciati tanto.

Prima giornata alla scoperta del quartiere, un aperitivo in una cantina umida e buia, ma fresca, quattro passi per il quartiere che sarebbe diventato la nostra casa, poi il centro, una passeggiata tranquilla e senza fini esaustivi, solo per prendere confidenza. Prelievo di fiorini ungheresi e primi conti.
Il trasferimento a casa dei suoi genitori è stato come andare a trovare una famiglia calabrese di cui non capisci una sola parola ma molto bene le intenzioni: farti ingrassare a non finire. Abbiamo cenato con la sua famiglia e abbiamo assaggiato l’ospitalità infinita che credo che mia madre non sarebbe neppure lontanamente in grado, non dico di avere, ma neanche di immaginare.

Si torna a Budapest, in autobus, mezz’ora circa, siamo già stanchi, io mi sono svegliata alle 6. Ma è la sera dell’otto agosto, la nostra prima sera ungherese, e ci avventuriamo sulle rive del Danubio –lato Buda- e dopo esserci sdraiati sotto il Chain Bridge, ci arrampichiamo su per la collina, e da un belvedere-miradouro osserviamo la città illuminata.

Immagine

Scocca la mezzanotte, gli auguri cantati in plurime idiomi, gli abbracci. Tanti auguri, bemvinda em Budapest, parabens, happy birthday.
Sono felice.
[Questa cosa di festeggiare il mio compleanno spesso in vacanza rende questi giorni indimenticabili].
Camminiamo fino alla Statua della Libertà, costeggiamo le mura del castello, guardiamo i tank utilizzati nella seconda guerra mondiale, che ora rimangono in bella mostra a far vedere la potenza che l’Ungheria fu, la forza dei cingolati, la pesantezza dei cannoni, che abbiamo trasformato goliardicamente in falli enormi, sedendoci a cavalcioni su di essi.
Ci siamo arrampicati sulla statua di un signore per guardare la città dall’alto. Guardateci, guardateci tutti.

Buona notte, dormite bene, un bacio a ciascuno, denti, pigiama, buona notte1. Che notte calda, che sudata.

Secondo giorno. Tutti dormono. Andiamo a fare la spesa per la colazione, Akos ed io. Salumi, formaggio, pane. Insisto per cereali e latte, accordato.
Svegliamo gli altri due, da Fra partono improperi veneti che è meglio non ripetere, che sarebbero stati leitmotiv di tutte le mattine.
Usciamo. E’ il mio compleanno, festeggiamo a dovere.
Palazzo del Parlamento, rive del Danubio, cattedrale, sinagoga, birra, mercato centrale, ore e ore di visita alcolico-culturale.

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Mezz’ora di riposo su panchina riva Duna prima di una corsa scarpe in mano fino alla fermata del tram, che intanto era arrivato. Un calzino al piede e uno in mano, sperando di non beccare il sassolino malefico. Ci gettiamo sul tram che sta ripartendo, le porte si chiudono dietro di noi per un pelo.

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Siamo sporchi, accaldati, sudati, e decidiamo di andare in un locale all’ottavo piano di un palazzo, in centro. Caffè freddo e limonata, un mix avvincente, ma fa troppo caldo, non si resiste. Intanto un ragazzo suona e il tramonto su Budapest è avvincente. Sono l’unica che applaude, gli altri avventori chiacchierano e bevono, lui mi guarda e mi ringrazia, canta canzoni che conosciamo tutti, si canticchia, si guarda il sole dietro la cattedrale, è bello, bellissimo.

Torniamo a casa, una cena ungherese che prevede pasta con zucchero a velo e panna acida e altre amene delicatessen locali.

Ci prepariamo e usciamo, in questa giornata che sembra non finire mai.
Locale incredibile all’interno di un vecchio stabile, giardino e diverse sale. Balliamo, beviamo. Mojito e tequila per me, tequila e birra per loro. Balliamo e saltiamo, ed è come essere tornati a Coimbra.
Buonanotte2.

Ci svegliamo al terzo giorno con la sensazione piacevole della pioggia in Ungheria che si porta via il caldo infernale.
La giornata inizia nel primo pomeriggio, con il costume in borsa.
Ma prima visita a Buda: castello, bastione dei pescatori, municipio, ci fermiamo ad ascoltare le prove di un’operetta. C’è vento, si sta che meglio di così solo alle terme.
E allora alle terme. Passando per la piazza degli eroi, dove Akos ci racconta la storia dell’Ungheria, dai re delle tribù nomadi fino ad oggi, più o meno.
Sono la principessa del viaggio: mi vengono persino allacciate le scarpe. E mi viene donato un mazzetto di prezzemolo, noi non regaliamo fiori, ma erbe.
Terme. Lo smalto se ne va nell’acqua calda, temo di svenire nella sauna ma resisto, poi acqua ghiacciata a vasocostringere tutto e darmi una botta di ossigeno al cervello, pressione altalenante e pensieri galleggianti. Stiamo a mollo 4 ore. Incontriamo delle portoghesi e treinamos o nosso portugues imitando o sotaque delas, sem resultados nehumo.
Guardiamo il tramonto arrivare sull’acqua, il cielo è nero ora, tra 10 minuti le terme chiudono, usciamo.

L’acqua stanca. E optiamo per una cena al ristorante. Gulash, e altre golosità ungheresi. Una meraviglia.

Casa, troppo stanchi per fare altro se non deitar na cama e dormir. Buonanotte3.

Sono sempre la prima ad alzarmi, sarà l’età, sono di gran lunga la più vecchia. Distanzio il secondo di 4 anni. Alle 8 sono sveglia, alle 9 sveglio gli altri spalancando finestre e cantando. Una vera madre napoletana.
Oggi è il giorno della Margareth Sziget, isola Margherita, dove si dice sia stata confinata la figlia di un tal re che l’aveva promesso a dio in cambio di una vittoria in battaglia. Poor Margareth. Oggi Margherita non c’è più, ma sulla sua isola troviamo fontane ballanti, risciò, le rovine della sua dimora, bagni a pagamento, un laghetto pieno di ninfee fiorite e una foresta ben tenuta. Dalla riva si vede l’altra Sziget, quella del festival che si sta tenendo in questi stessi giorni e per cui Budapest è famosa in agosto.
Mangiamo in una baracca come se non esistesse un domani.

E poi partiamo. Alla ricerca dell’era sovietica perduta, verso le periferie. Vogliamo vedere filo spinato e palazzi squadrati. Vogliamo sguazzare con i nostri euro nella povertà, ma non la troviamo nelle banlieu. Si vede molto di più negli angoli di Budapest, gli homeless che non fanno nemmeno più la carità. Dormono in sacchi di plastica e rimangono nella stessa posizione per ore. Li vedi all’andata, e al ritorno sono ancora lì. La realtà di un capitalismo che ha garantito la libertà, ma che non si è più preso cura dei suoi cittadini.
Akos ci racconta dell’epoca comunista, lui non l’ha vissuta ma i suoi genitori e i suoi nonni si, alla fine si tratta di soli 20anni fa, è tutto ancora ben chiaro. E allora la sera ascoltando i Beatles pensiamo che era proibito, non c’erano i jeans e non si poteva viaggiare. La nostra amicizia non sarebbe stata possibile, 20anni fa.
Non troviamo la povertà e i residui della russia sovietica, ma ordine, pulizia e birra a basso prezzo. Le geometrie architetturali sono state addolcite dalle vernici colorate. Sembrano enormi regoli che si lanciano contro il cielo, questi vecchi palazzoni degli anni Sessanta, quelli che si usavano alle elementari per fare i calcoli.

Tornando a casa ci imbattiamo per caso nell’Ambasciata italiana. Posiamo fieri di fianco ad un busto di Perlasca. Ne leggiamo la storia. Io l’apprendo in quel momento. E dico, sei stato proprio bravo Giorgio, proprio proprio bravo, e avrei voglia di abbracciarlo, ma lui, non il busto.

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Salutatolo andiamo verso un locale, impossibile da scoprire non fosse stato conosciuto da Akos. E’ come un enorme tiragraffi per gatti, diversi piani, bisogna arrampicarcisi, scale e corde e cuscini. Prendiamo un the e rimaniamo un paio d’ore sdraiati, incastrati fra di noi. E’ il quarto giorno, siamo stanchi, stiamo bene, un po’ di silenzio.

Torniamo a casa, cena, buonanotte4.

Sveglia presto, si parte. Torniamo a casa dei genitori del nostro ospite e Cicerone, prendiamo la macchina, direzione Sentendre-oqualcosadelgenere, casa del fine settimana. Si vedono i residui delle alluvioni. Prendiamo la canoa e pagaiamo. Tre uomini in barca-per non parlare della ragazza. Rivisitazione. Il Danubio è una cosa lurida e liquida, come fanno a farci il bagno? Pagaio poco, alla fine abbiamo tre remi e tre ragazzi, i conti vengono facili, e mi godo il panorama mentre loro sudano sotto il sole. Manca solo un ombrellino e sarebbe da quadro di Manet. Sulle rive un gruppo di spagnoli, hola que tal?

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Ping pong, doccia, andiamo in paese, tranquillo, sembra di essere in paradiso, si mangia e si beve, questa vacanza mi avrà fatto ingrassare almeno 5 chili. Ho bisogni di mangiare verdure e frutta, mi mancano le vitamine.
Fra trova la sua bandiera norvegese a lungo cercata e la compra. Io mi rifiuto di comprare una scacchiera molto bella e molto economica quando il commesso dice italiani?Berlusconi! ahsi?

Poi loro sono brilli per guidare, il mio astio per la birra mi rende perfetta per superare qualsiasi eventuale controllo e prendo la macchinina ungherese e torniamo a casa.
E’ l’11 agosto, è buio, un buio smorzato dal lampioni sulla strada, ma sulle rive del Danubio sdraiati sul fango secco si riescono a vedere tutte le stelle. Anche quelle cadenti. Ne conto 6. E intanto gli uomini armeggiano per accendere il falò. Che prende bene e ci scalda, che questa notte fa fresco. Io mi addormento facendomi scaldare dalle fiamme a 2 metri di distanza e cullare dalle loro chiacchiere. Mi sveglio che il rancio è caldo, orribile ma caldo. Quando anche l’ultimo pezzo di legno si è spento e rimangono solo le braci le spegniamo con l’acqua e ci trasferiamo in casa.

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Tutti nella stessa stanza, quattro materassi per terra, tutti vicini, buona notte5.

Buongiorno miei cari amici, la colazione è pronta, sistemiamo gli zaini e chiudiamo la casa, partiamo. Visegrad, il castello, la pista da sci a 337 metri di altezza, spesso chiusa per mancanza di neve -chissàperchè-, il castello della pace fra cechi, ungheresi e polacchi, visitiamo, parliamo in portoghese per non essere intercettati dai tanti turisti italiani, podemos decir o que queremos mais ou menos porque se falamos rapido è dificil para eles perceber-os.
Strudel alle amarene.
Proseguiamo verso la Basilika, enorme chiesa da cui si scorge la Slovakia, è lì, un ponte ci divide, e ci andiamo. Un’oretta all’estero, un altro estero, ed è ora di andare verso casa a Budaors, dove ci aspetta l’ultima avventura.

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Arrivati a casa dei genitori di Akos questi ci aspettano con la cena pronta, mangiamo di nuovo come se non esistesse un domani, ma un domani deve esistere, perchè c’è un aereo da prendere.

E poi ci prepariamo. Ci prestano degli abiti brutti. Io la frontale ce l’ho sempre con me.
In macchina andiamo a Budapest. Incontriamo altri due amici loro. Speleologi.
Siamo in 8. I due speleologi, padre e sorella di Akos, noi quattro.
Casco, frontale. Si scende.
Grotte. Per tre ore.
11 gradi centrigradi.
Cunicoli poco più larghi di me, bisogna strisciare come vermi. Rotolare, lasciarsi scivolare. Ho la faccia piena di fango. Ci sfidiamo. Perdo quasi sempre. Ci arrampichiamo, e poi spegniamo la luce. Il buio è completo. Come quello del nulla, come quello che quando sei fuori non puoi neanche immaginare. Chiudi gli occhi e li riapri, non cambia nulla. Immagina di rimanere qua senza batteria nella torcia. No, non si può immaginare.
Ricominciamo a scivolare, a strisciare. Dopo tre ore la luce della notte. Siamo fuori.

A casa una doccia. Sono le 2.30 di notte, dormiamo un’ora, buonanotte6.

Taxi, aeroporto.
Fra va a Malmoe, ci salutiamo qua.
Io, Edo ed Akos torniamo in Italia, i due uomini proseguiranno verso l’ascensione al M. Rosa, io ho declinato.

Rischiamo di perdere l’aereo, ma valeva la pena vincere 3 partite a calciobalilla. Corriamo sull’asfalto, saliamo per un pelo. Si decolla. Buon viaggio.
E dormiamo. Appoggiati uno alla spalla dell’altro.

2 commenti leave one →
  1. 15 agosto 2013 12:09

    Bell vacanza!
    Felice che ti sei divertita.

    Poi quando avrò tempo/voglia/ispirazione scriverò anche della mia.

    —Alex

  2. 22 agosto 2013 09:23

    Ciao Manti, che belle le foto! 🙂

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