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ROOTSCITY-PAESELLO A/R

16 giugno 2013

Non era mai successo che tornassi al Paesello per un saluto talmente veloce da non permettermi di passare la notte nella mia vecchia stanza, che ora comunque è la stanza di mio fratello, edunque.

E invece sono partita all’alba di ieri mattina in treno, e per la notte già ero di ritorno a Rootscity.

Che cazzo di sbattimento.

Comunque. In queste 10 ore passate in Magozia, oltre a boccheggiare per il caldo umido al quale, grazieaiddio, qua in Piemonte non sono obbligata a sopravvivere, sono andata a trovare L.
L. ha partorito E. una settimana fa, e F., suo marito, tutto indaffarato in casa è già con l’incipiente pancetta dell’uomo sposato.
L. è una cara amica degli anni rivoltosi, dai 16 ai 22, l’amica conosciuta a pallavolo, coltivata ai corsi di alfabetizzazione per stranieri, consolidata all’associazione culturale e ai corsi di cooperazione internazionale (si, io sono stata anche quella dalle belle speranze e dagli ideali imperituri).
L. ora allatta E. e, in questo tripudio di maternità e consonanti maiuscole puntate, mi dice che anche D. è in dolce attesa.

Mentre tornavo verso casa dei miei, con una bicicletta che mia madre aveva fatto bene a descrivermi come vergognosa, dato che i rumori molesti che produce fanno girare i passanti che, diciamocelo, non conosco più, apparte Andreailbibliotecario, che incontro anch’egli in bicicletta con la moglie (cazzo, la moglie, cazzo, la moglie), mio amore dei tempi pre-rivoluzionari, quelli della biblioteca, delle domeniche passate a letto a leggere e a studiare latino, che, diciamoci anche questo, non m’ha mai filato di striscio, Andreailbibliotecario, ma anche il latino, comunque, tornando al punto: mentre tornavo a casa dei miei con la bicicletta della vergogna, avevo molta, molta, ma molta voglia di vomitare.

Perchè ok. L. ha partorito, e allatta, ma io lo sapevo, lo sapevo che era incinta, ero pronta.
E continuando con le lettere puntate non mi fa neppure più effetto pensare che E. porti sua figlia all’asilo da 2 e dico D U E anni.
Però D., ecco a D. non ero preparata. D. non me l’aveva detto, ed è al 5° mese.

E quindi chiudo l’introduzione per passare allo svolgimento del post.
Che si articola in 2 punti.

1) Trasferirmi 6 anni fa e spostarmi dal Paesello, nonostante tutti i miei buoni propositi, mi ha fatta allontanare, e non solo metaforicamente. Da quando vivo a Rootscity, poi, tornando ancora meno spesso, i rapporti con molti si sono affievoliti. Riesco a mantenerne forti due, forse tre. Con gli altri spero che basti il vecchio affetto, le cose condivise da ragazzi, da adolescenti, ci spero ma non ci credo più. Non basta. Ci si vuole bene, sicuramente.
Ma ci si perde.
Ecco perchè della gravidanza di D. vengo a sapere da L., per caso, dopo 5 mesi.
Mi dispiace un po’, anche se capisco sia fisiologico.
Io non ho visto le loro pance crescere, io non c’ero.
Io non seguo i loro dolori, le loro gioie, da 6 anni.
Loro non seguono più le mie da altrettanto tempo.
E anche se ci vediamo sempre, quando torno, quelle 3 o 4 volte all’anno, forse, sicuramente non è abbastanza.

Ieri, oltre al caldo umido soffocante che mi ha fatto sentire fuori posto, ho sentito chiaramente che no, quei luoghi non mi appartengono più, ma soprattutto, io non appartengo più a loro. E anche se l’odore dei tigli colpisce a piene mani, anche se pranzare in giardino con mio fratello che sfugge all’intonata “buon compleanno”, anche se ci sono rapporti che non cambiano nonostante questi 6 anni di fisica distanza, perchè con qualcuno la distanza non importa, anche se tutto questo, questa storia d’amore e di terra è finita, recise sono le radici. E come una storia finita mi lascia quella malinconia di fondo, quel bruciore di occhi, quel respirare a pieni polmoni l’odore dei luoghi per ricordarsi “come era”.

INTERVALLO

2) D., L., S., E. e credo che potrei trovare lettere puntate quante sono le lettere dell’alfabeto, tra i miei amici ed amiche; hanno la mia età, anno più, anno meno.
Portano i figli all’asilo, in culla, in pancia. Sposate, conviventi, fidanzate. Progettano famiglie come esistesse solo il domani.
Che è normale, dico io, a 28-30 anni, progettare queste cose.
Solo che io vivo a Rootscity dove sono emozionalmente protetta da tutto questo. I miei amici ultratrentenni sono tutti dei PeterPan tanto quanto me, marmocchietti non ve ne sono ancora in giro, le coppie sono semplici e leggere, non ci sono anelli, non ci sono possessioni. Generalmente.
Le altre persone che frequento sono perlopiù colleghe di università, o sono molto più giovani di me, o hanno circamente la mia età ma studentesse come me non pensano all’allattamento.

Dunque ecco perchè tornare al Paesello mi sconvolga tanto.
Perchè io con loro facevo le gare di rutti in spogliatoio, perchè ci contendevamo i ragazzi più carini, perchè cantavamo Guccini in treno fregandocene dei pendolari stanchi dalla giornata a Milano, perchè stavamo fuori dai locali a chiacchierare non avendo soldi sufficienti per entrare e consumare, perchè passavamo le serate in macchina a raccontarci tutto fino all’ultimo particolare, perchè avevamo i diari condivisi, perchè sognavamo insieme.
E perchè poi tutto ha preso strade troppo diverse, e perchè se guardo loro, anche se so che non è così, anche se so che non sono sensazioni giuste, anche se razionalizzando so che ho fatto altre cose, che sto bene e sono contenta delle strade percorse, che nessuno mi corre dietro, ecco, anche se tutto questo, mi sento in ritardo.
E non solo di 9 mesi, che quello si farebbe anche in fretta a rimediare, ma indietro di una relazione, almeno, di conoscersi andare in vacanza insieme a ballare a cena e poi decidere che si, stiamo insieme e facciamo dei figli, siamo pazzi incoscienti ma chissenefrega.
Ecco, al Paesello ormai mi sento in ritardo di tutto questo, anche se fanculo, non sono in ritardo proprio per un cazzo.

15 commenti leave one →
  1. 16 giugno 2013 19:40

    Lo capisco che faccia un po’ di impressione a trovarsi tagliati fuori dalla vita di chi con noi, fino a poco fa, condivideva tutto ma proprio tutto. Questa però è la vita; una serie infinita di cicli che iniziano, si intersecano, finiscono e magari ad un certo punto iniziano a girare di nuovo, esattamente dal punto in cui sembravano essersi interrotti.
    Ognuno ha i suoi tempi; quelli che a 25 anni anelano già ad un marmocchio da allattare e chi invece a 40 non ha ancora finito di prepararsi per il prossimo progetto della sua vita.
    L’importante è non farsi forzare e seguire il proprio istinto ed il vento.

    A proposito, in che gruppo sono? Quello degli eterni Peter Pan oppure quelli incanutiti con la panzetta?

    Un abbraccio forte e non ti fare condizionare in bene o male da chi ti sta intorno; vivi la tua vita. Sei unica come unica è la tua strada. Niente paragoni con chi ti sta intorno.

    —Alex

  2. 17 giugno 2013 10:40

    Una volta (si, comincio le frasi con UNA VOLTA, come i vecchietti nostalgici) le persone della stessa generazione avevano una vita più uniforme, si sposavano tutti all’incirca alla stessa età, avevano figli quasi coetanei… adesso, noi 40enni, e ancora di più voi 30enni, siamo sfasati perchè, fra laureee, specializzazioni, carriera, divorzi, c’è chi fa figli a 20, chi a 30 e chi a 40 anni. Spostarsi dal paesello, poi, come hai fatto tu, cambia la mentalità in modo diverso rispetto a chi invece è restato, quindi è normale trovarsi poi fuori posto.
    Non credo sia giusto che tu ti senta in ritardo rispetto a loro, al limite potresti sentirti in ritardo rispetto al TUO orologio biologico, ma è un’altra cosa.

  3. 17 giugno 2013 13:18

    Aggiungo una considerazione importantissima, spesso sottovalutata: la grande maggioranza di chi non sì è mai spostato fuori dal paesello (e “paesello” può essere una definizione che varia dal piccolo agglomerato di case abitato da 10000 persone alla grande città di un milione di abitanti) insomma chi non ha mai sperimentato la vista della propria vita da un punto di osservazione differente; può essere lavorare con colleghi internazionali e confrontarsi con le loro culture, può essere un soggiorno più o meno lungo all’estero per lavorare, studiare, etc. avrà per forza di cose una visuale ristretta, un orizzonte limitato che per forza di cose ne limiterà le aspirazioni.

  4. 17 giugno 2013 13:43

    Sposata a 35. A 37 niente figli (a meno che tra qualche giorno non abbia la sorpresa 😀 ). E non mi sento in ritardo, per niente. Anzi, a volte mi sembra troppo presto.
    Leggendo il tuo blog sembra che di cose tu ne abbia fatte e ne fai parecchie.
    Nessuna tempistica è quella giusta.
    Anzi sì. Una.
    La tua.
    Per te.

  5. 17 giugno 2013 17:40

    Ieri sono stata quasi tutto il giorno intrappolata in un battesimo di famiglia, chiesa prima e ristorante poi, e mi sono sentita fuori posto per tutto il giorno.
    Sono tornata a casa e ho letto questo e mi sono sentita meglio, un po’ meno aliena perchè un’altra ragazza della mia età, tu, aveva scritto queste cose.

    Mi ha colpito nei commenti veryverypipuffa (ciao!) che ha scritto che non ci si dovrebbe sentire in ritardo rispetto a loro, ma ci si può sentire in ritardo rispetto al proprio orologio biologico. E non credo orologio biologico sia solo fare i figli ad una certa età, ma anche sentire che si starebbe meglio, che si avrebbe voglia di conoscersi, andare in vacanza, progettare insieme, pensare al domani. Magari non come se esistesse solo il domani, ma anche il domani.

    • mantiduzza permalink*
      17 giugno 2013 17:46

      ma quando vieni a trovarmi?
      dico, di persona…

    • 18 giugno 2013 08:28

      Ciao Chesogni, con il ritardo sul proprio orologio intendevo proprio quello, sentire che il tempo per fare certe cose sta scappando, che lo stiamo sprecando.

      • mantiduzza permalink*
        18 giugno 2013 08:37

        che sta scappando, si, ma non che lo stiamo sprecando. diciamo che sento di stare usando il mio tempo “fuori-tempo”, facendo cose che forse era più “normale” fare 10 anni fa, quando invece volevo fare l’adulta.
        In fondo il senso del ritmo non l’ho mai avuto particolarmente spiccato 🙂

  6. 17 giugno 2013 20:59

    Eh, presto? 🙂
    Si potrebbe anche prendere due treni da due posti diversi e vedersi al mare! (per davvero dico)

    • mantiduzza permalink*
      17 giugno 2013 21:13

      ohhh…tu dalla città dove sei comoda ad andare?
      e poi? come ti contatto in privato?

      • 17 giugno 2013 21:20

        Aspè, ci provo io da quella mail sul tuo profilo qui sul blog, sperando che tu la legga ancora!

      • mantiduzza permalink*
        17 giugno 2013 21:21

        ci vado apposta e ti rispondo poi da quella ufficiale!

  7. 23 giugno 2013 12:42

    Mi dai da pensare, mi fai pensare che è difficile a un certo punto della propria vita separarsi dall’idea che avevamo di noi stessi e che condividevamo con le persone più vicine (ed eravamo così vicine a quelle persone proprio per quelle idee che condividevamo). Ci sembra che i progetti diversi, o le svolte diverse della vita ci separino. L’ho pensato per un periodo anche io. Poi con quelle persone veramente amiche abbiamo superato anche questa…forse non mi so spiegare, voglio dire che non sei in ritardo su niente, sei solo da un’altra parte e vi ritroverete. Forse.o forse no, ma allora non sarà per colpa tua che non hai fatto i figli o loro che invece sì….

  8. ondalunga permalink
    27 giugno 2013 12:26

    Io sono un mostro. Ma no, non mi manca quella vita. E non sono nemmeno Peter Pan. Mi sento adulta e responsabile, ma non adatta a pancia e latte. Detto questo la tua è abbastanza sfiga perchè il Paesello è prolifico prematuramente, voglio dire a Firenze, media città nemmeno metropoli, l’età in cui le amiche hanno cominciato a partorire dopo avvincenti storie con uomini di tutti i tipi è stato dai 37 anni in su. E non tutte. Cioè ci sono post 45ennni che manco ci pensano, nononstante siano tutte sposate/conviventi.
    Voglio dire, è solo una questione di scelte.
    Che non vuol dire siano giuste o sbagliate. Ma solo scelte.

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