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DEI TIROCINI DI INFERMIERISTICA, COSì, UN PO’ A CASO

5 aprile 2013

Dentro abbiamo colori bellissimi. Il rosso scuro del colon, il rosso vivo del sangue arterioso, il marrone metallizzato del peritoneo, il marroncino-verde delle feci non formate prima del sigma.
Vorrei dipingere le pareti di casa con l’arancione brillante del tessuto adiposo.

Sono stata in sala operatoria, e avrei voluto farne un servizio fotografico.

Non l’ho fatto, non mi sono portata a casa nessuna immagine.
In cambio mi sono portata a casa, bello, forte e vigoroso, il raffreddore.

Ma apparte ciò.
Tra 11 giorni effettivi finisce questo mio penultimo tirocinio. Che non mi sta piacendo, diciamocelo pure. Era partito bene, inizialmente, e invece.
Non mi piace, non mi sento a mio agio, mi costa andare in Chirurgia tutti i giorni per 8 ore.
Ma tra poco, poco, finisce, porterò la classica torta al cioccolato agli infermieri per ringraziarli dell’ospitalità, lo si fa sempre, anche quando l’accoglienza in realtà non esiste, non c’è stata.
Una sola volta, in Cardiochirurgia, non ho portato nulla. E’ stato il tirocinio peggiore. E sono stata rimproverata: come mai non avevo portato nulla l’ultimo giorno? Non si fa così.
E quindi portiamo una torta e un pacco di caffè (come se me ne avessero mai offerto uno).

Comunque mancano 11 giorni, la consegna di una relazione e una pianificazione assistenziale, l’autovalutazione, la valutazione, la discussione finale e poi ricominceranno le lezioni, le ultime lezioni, poi gli esami, poi a giugno e luglio le ultime 7 settimane di tirocinio, chissà in quale reparto. In tutto questo la tesi, ah, la tesi, di cui così spesso mi dimentico.

E poi, inevitabile, la disoccupazione.
Di cui però parlerò a tempo debito per evitare la botta d’ansia preventiva da cui sono così brava a farmi sottomettere.

E comunque, in questi tirocini, alla fine si impara proprio.
Se penso a come mi muovevo in Medicina, a gennaio 2011, prime settimane di ospedale, quando per prendere la prima pressione tremavo tremavo e quanto avrei voluto che la figlia di quella paziente se ne andasse in corridoio invece di continuare a fissarmi. Un 120/80 non te lo toglie nessuno quando non senti niente, niente, niente. E poi a chiedere all’infermiera per favore, puoi ricontrollarla tu, io non ho sentito nulla, nulla, nulla.
E penso ad adesso, che bene o male mi muovicchio abbastanza in autonomia, che so cosa chiedere e cosa fare, cosa dire e come stare in silenzio, oppure semplicemente dire io non lo so, ma mi informo. Che cerco di dare il buongiorno anche a chi immagino non mi senta, non mi capisca o non ne abbia voglia.

E tutti quelli che sono passati, a chi mi ha salutato poche ore prima di non esserci più, a chi mi ha consigliato la biblioteca joanina di Coimbra, ascoltando musica e leggendo gli stessi libri che stavo leggendo io fuori dal reparto, a chi mi è amico su facebook, a chi si sposerà alla faccia della leucemia, a chi mi incontra in piazza con mio padre e gli racconta di come io gli abbia spiegato cosa fosse l’ictus cardio-embolico e di come fossi presente in quella stanza di neurologia vestita di bianco e verde.
Chi ieri mi ha fatto l’inboccaallupo per il futuro lavorativo, chi sorride e scuote la testa quando il medico gli parla senza guardarlo, voltato di spalle. Chi suona il campanello ogni 3 minuti, chi ha paura, chi paura non ne ha, chi non parla e chi parla troppo, chi ti chiama per nome e chi non ti riconosce dopo 3 settimane in cui ti vedi tutti i giorni. I parenti che chiamano proprio te, quelli iperprotettivi e quelli che non ci sono mai.
Le persone con cui si piange, e quelle con cui si ride. Che poi spesso sono le stesse.

Questi tirocini, così difficili, così lunghi, così provanti, che ti devi svegliare alle 5, dormire pochissime ore, lavorare su files noiosissimi, fare ricerche bibliografiche, trascrivere esami e referti, questi tirocini che a volte in pausa piangi, a volte ridi a volte racconti perchè certe cose le devi raccontare, mica le puoi tenere per te, le pause pranzo sperando di trovare gli amici-colleghi, alla fine mancano solo 11 giorni, alla fine mancano solo pochi mesi.

2013-03-13 15.00.07

14 commenti leave one →
  1. 5 aprile 2013 09:43

    Da tanto che ti leggo, e questo è uno dei tuoi posts migliori.

  2. 5 aprile 2013 09:48

    Bello davvero!

    —Alex

    PS = tieni duro!

  3. 7 aprile 2013 19:23

    Andrà tutto bene, forse già te l’ho detto. Con un cuore e una testa così andrà tutto bene. Vorrei solo averti quaggiù tra gli ausiliari nostri che a volte sono così freddi, o scostanti, come se avessero paura. E forse ce l’hanno, molto semplicemente…
    Se poi posso permettermi, a chirurgia – nella mia modesta esperienza – si sentono sempre dei padreterni e io li ho spesso odiati tutti 😀
    Baci e buon lavoro ragazza!

    • mantiduzza permalink*
      7 aprile 2013 23:32

      Wide, dette da te, che tu si che hai un cuore e una testa così, dette da te queste parole mi riempiono la pancia di farfalle e gli occhi di sbrilluccichii.
      grazie.

  4. 8 aprile 2013 23:34

    Triste proprio la scena del medico di spalle, che per un paziente che riesce a sorriderne scuotendo la testa ce ne sono magari cento per cui è più brutto ancora.
    Per fortuna ci sono anche quelli diversi.
    Belle le gambe che camminano!

  5. ondalunga permalink
    9 aprile 2013 13:22

    disoccupazione? mia sorella non è mai stata disoccupata. Il giorno dopo la laurea già la chiamavano….:)
    vai tranquilla!

    • mantiduzza permalink*
      9 aprile 2013 16:38

      ahimè, ahimè, era così fino a un paio di anni fa…
      ora la situazione, perlomeno in italia, è cambiata assai
      😦

  6. 10 aprile 2013 09:46

    temo che il problema non sia la mancanza di posti di lavoro, ma quella di soldi per assumere personale… speriamo di no, baby, in bocca al lupaccione

  7. 17 aprile 2013 15:22

    Anche io credo troverai lavoro. Precario si, ma lo troverai! In bocca al lupo (ti leggo da un po’ ma non ti ho mai commentato)

  8. Silvia permalink
    17 aprile 2013 22:17

    Ti leggo spesso, ma non ho mai commentato.
    Sono un’infermiera precaria, laureata da un anno e mezzo. E’ dura, non si trova niente. Tutto quello che offrono è lavoro instabile, sottopagato e il più delle volte cercano di spremerti fino all’ultima goccia prima di buttarti via e passare al prossimo infermiere disperato.
    Ma… c’è sempre un ma. Mi basta guardare il sorriso dei miei ragazzi “speciali” che mi corrono incontro quando comincio un turno. Mi basta la loro gioia quando sanno che sarò lì anche il giorno dopo (e magari mi ero appena lamentata di aver lavorato per tredici giorni consecutivi…). Basta questo per farmi amare la mia professione e dimenticare tutte le cattiverie del personale con cui lavoro, dello sfruttamento, della fatica e di tutto il resto.
    Non sarà facile, non lo sarà mai. Ce la si può fare, questo te lo assicuro.

  9. Linda permalink
    22 giugno 2013 14:47

    Mi piace molto il tuo stile e le cose di cui parli. Complimenti davvero 😀 Posso farti un po’ di pubblicità?

    • mantiduzza permalink*
      23 giugno 2013 10:33

      grazie 🙂

      e la pubblicità è la benvenuta!

      e benvenuta tu, soprattutto 🙂

  10. 31 ottobre 2013 02:52

    Bello, bello, bellissimo post 🙂 è così strano e allo stesso tempo meraviglioso vedere come alla fine noi tirocinanti (che all’infermieristica crediamo ancora) proviamo alla fine cose simili 🙂 un bacio e auguri per tutto
    P.s
    Sperando un giorno di poter essere una tua collega 🙂

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