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CHI VUOL ESSER LIETO SIA, DI DOMAN NON V’E’ CERTEZZA

10 giugno 2010

Son arrivate le rondini, ho visto.
[Che poi non dev’essere così male essere una rondine. Certo, se superi la fase dell’imparare a volare.
Ti svegli e voli tutto il giorno sulle tue aluccie leggere leggere, rincorri moscerini, delizioso pasto proteico, visiti l’Europa e l’Africa, viaggi, migri, voli, dormi, mangi, migri.]

Guardavo le rondini e pensavo a Mirta. Pensavo a Rita. Pensavo a Andrea. Pensavo a mio zio. Pensavo a Annabella. Pensavo a Jordi, a Diletta, ad Antonio. Pensavo a me.

Mirta. Le ho parlato, via chat, l’ultima volta, l’8 dicembre scorso. Erano le due di notte al Paesello. Da lei, in Uruguay, non so.
E’ morta diciannove giorni dopo, un tumore recidivo al seno, a trentanove anni. Mirta conosceva quattro lingue, aveva vissuto in Uruguay, Brasile e Italia, chiudendo il cerchio per andare a morire a casa sua. Mirta era traduttrice, laureata in storia e scienze politiche. Mirta ti lasciava senza fiato mentre parlava, con il suo perfetto italiano. Mirta stava inseguendo i suoi sogni, ed è morta a trentanove anni.

Rita ha una bimba di 8 mesi, splendida, tutta suo padre, occhi a mandorla capelli neri sorriso ipnotico. Ieri sera l’ho tenuta in braccio, la piccola, e ha riso tutto il tempo. Rita è disoccupata, è rimasta incinta che stava facendo il periodo di prova in un’azienda, e l’azienda –ovviamente- l’ha lasciata a casa non appena saputo della piccola esserina in arrivo. Il compagno di Rita, di 10 anni più giovane, lavora part time come cuoco.
Sommando lo stipendio di lui con quello che riesce a raggranellare lei, non arrivano ai 1000 € al mese. Hanno un’ingiunzione di sfratto perché non pagano l’affitto, di 700 €, da 3 mesi.
Eppure Rita sorride, ed è bellissima, mentre mi dice “o do da mangiare a nostra figlia o pago l’affitto.” Sa che si sistemerà tutto, si siede in braccio al suo compagno e aprono l’ennesima bolletta che non riusciranno a pagare. Non sono disperati, sono giovani e belli, l’ultima arrivata ride quando le passi le dita sotto i piedini.

Andrea è di Sevilla, l’ho conosciuta a Calcutta. Faceva la hostess di volo, sempre su un aereo a sorridere e indicare le uscite di sicurezza, una rondine in divisa. Poi sei mesi a Calcutta, a far da volontaria tra i malati terminali. Abbiamo viaggiato insieme, siamo state a Puri, in Odessa, sull’oceano a rincorrere i granchi. Andrea quando è tornata in Spagna si è licenziata, si è iscritta all’università, a 30 anni, e ora è fisioterapista. Sta lavorando al sogno è di aprire un centro di riabilitazione per ragazzi disabili.

Mio zio, il fratello più giovane di mio padre, quando aveva 13 anni ha deciso che non avrebbe più studiato, e si è messo a lavorare in campagna con la sua famiglia contadina. Arava campi, mungeva mucche. A 25 anni studiava di notte, per il diploma scientifico. E ha continuato a studiare di notte anche per la prima laurea, in pedagogia. Massimo dei voti. Di giorno contadino, di notte studente. Con la prima laurea ha lasciato i campi per spostarsi nei corridoi della biblioteca di un piccolo paese, che in qualche anno è diventata centro culturale di tutto il circondario, con l’immensa collezione di cd, film, documentari, e la programmazione sempre varia e ricca di conferenze. La seconda laurea in Storia e Filosofia, con bacio accademico, è arrivata alle soglie dei 40. Ora mio zio, il ragazzino che correva a piedi nudi tra le mucche, è insegnante in un liceo classico, amato dai suoi studenti che lo seguono a tutte le conferenze che tiene, al caffè lettariario della sua città.

Annabella è una giovane manager della megacasafarmaceutica. Vive a Bologna ma è di Milano, Bologna non le piace, appena può salta sulla sua SLK e va a casa. Annabella è bella, giovane e in carriera. Sempre tirata a lucido, tacchi e vestito tagliato su misura. Annabella ha sotto di sé circa 300 persone da gestire, tante responsabilità e potere. Annabella ha l’affitto pagato dall’azienda, la macchina dell’azienda, la stima dell’azienda. Ma Annabella è antipatica, deve esserlo, e i suoi occhi sono di una tristezza infinita. Sorride solo con la bocca. Ha tre telefoni che squillano continuamente, fa le ore piccole in ufficio e nessuno con cui cenare.

Jordi l’ho rivisto due settimane fa, vive in centro a Barcellona e ha gli occhi liquidi. Come Andrea l’ho conosciuto a Calcutta, lui vi è rimasto un anno, dopo aver preso la sua seconda laurea, la prima in scienze politiche, la seconda in sociologia. Ha vissuto a Calcutta un anno, ha lavorato con le missionarie della carità come volontario in strada. Calcutta ha le strade che vivono e muoiono, ad ogni angolo. Ora Jordi è infermiere, lavora con i malati terminali in un reparto di cure palliative. Un giorno, sulla terrazza del mio ostello indiano, mi disse “è il problema di noi che abbiamo studiato tanto materie tanto filosofiche, ma che ci sentiamo così fortemente legati a terra, alla carne, alla materia: ci si propone una vita di idee, quando vorremmo tanto confrontarci con le persone, il basso, la merda, la realtà”.

Dilli è una mia amica del Paesello, ha smesso di studiare quando è morta sua madre, voleva vivere, lei. Ha un lavoretto part-time e fa la cameriera qualche sera a settimana. Ed è felice. Mi dice che quello che vuole è il tempo per guardare il cielo, o il suo compagno, o semplicemente per preparare una cena con gli amici. E ha quel tempo perché ha deciso che non importava avere un bel lavoro di quelli che tutti ti dicono “oh ma che interessante, complimenti”. All’inizio, quando decise di lasciare gli studi, proprio lei, così intelligente e brillante, pensavo si stesse sprecando. E ora la capisco, la invidio un po’, la stimo molto. Per il coraggio di scegliere quello che tutti le avrebbero detto che non era la scelta più giusta.

Antonio è siciliano. E ora sta percorrendo il Sudamerica in bicicletta. Ha una casa di proprietà che affitta. E con l’affitto di quella casa lui gira il mondo. Se si trova bene in un posto si ferma, anche mesi, anche anni. L’ho conosciuto a Calcutta, anche lui, dove è rimasto due anni. E’ bello da impazzire e parlicchia male tante lingue, ma cosa importa, ovunque lo capiscono, lascia dietro di sé bellezza e libertà. E’ una rondine con le ruote, ha un amico in ogni città, storie da raccontare sempre.

E poi ci son io, siamo tutte rondini in potenza. Rondini in gabbia, rondini libere, rondini in divisa, rondini tutti, siamo. Partiamo e alla fine si muore. C’è solo da capire come volare. E’ la nostra unica libertà, tentare in tutti i modi di volare come ci piace, chissenefrega se non è il volo tipico e conosciuto dagli etologi. E non importa se alla fine non ci si riesce, se sai di averci provato, di non esserti chiusa la gabbia da sola, di non aver chiuso gli occhi alle correnti ascensionali che passavano.

Ci sono momenti, come ora, in cui tutto mi sembra possibile. Mi ripeto che non è mai troppo tardi, che ogni cosa è possibile, che non ci sono certezze mai, che la paura è ciò che ci inchioda alle nostre sedie, la paura è ciò che devo superare. Perchè si muore a 39 anni, come Mirta, e allora vale la pena provarci, a vivere questi anni come vorremmo, a costo di avere i crampi alle ali. Perché un tailler su misura con occhi vuoti e tristi non vale un solo sorriso di Diletta quando ride con i clienti del bar, che le strade strette e diritte di cui qualcuno cantava non sono per forza troppo strette e troppo diritte per chi vuol cambiar rotta. Le deviazioni ci sono, ai lati della strada. Non sai dove ti portano, ma ogni tanto bisogna anche saper buttarsi fuori dal nido, no?

11 commenti leave one →
  1. genie permalink
    11 giugno 2010 00:12

    è meraviglioso 🙂

  2. 11 giugno 2010 01:21

    dire che questo tuo post è bellissimo è davvero troppo riduttivo!!! Ho letto, con attenzione, immaginato, sognato..ho riflettuto!!!
    Vivere adesso perchè del domani non v’è certezza, è quello che dico sempre alla mia mamma. Con la perdita di mio padre ho capito una infinità di cose, la prima di tutte è quella di vivere, a pieno, l’unica, irripetibile,vita che abbiamo.
    Io sono la prima di due figli. La figlia istintiva, e il figlio (mio fratello più piccolo) un pò più razionale. Io spiego le ali e volo. Io rischio. Io cambio rotta. Ma se lo faccio è per il gusto di vivere…..VIVERE!!!
    Mary

  3. leucosia permalink
    12 giugno 2010 22:34

    …mi hai lasciato senza parole…

  4. Silvia permalink
    14 giugno 2010 15:26

    Grazie, mi hai commosso e mi hai fatto un gran bene. e grazie a Leucosia che mi ha fatto arrivare fin qui…

  5. 15 giugno 2010 00:27

    Questo tuo post è bellissimo. Siamo tutti un pò rondini o gabbiani, in tutti noi c’è un pò del gabbiano Jonathan Livingston…
    “Ed egli imparò a volare, e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare.
    Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia a rendere così breve la vita di un gabbiano. […]
    Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del grande gabbiano, un’infinita idea di libertà, senza limiti.”

  6. 15 giugno 2010 20:02

    Cosa posso dire dopo un post del genere? Complimenti Mantidù! Complimenti più sinceri. E ti ringrazio di avermi dato una piccola scossa dopo una decina di giorni di vuoto e apatia totali.
    Vola piccola rondine, non aver paura. Sono sicura che avrai un bellissimo volo… 🙂

  7. 15 giugno 2010 21:25

    tanto di cappello, signorina bella.
    Se lei ha le ali (e ce le ha, mi creda) non ci privi del gusto di vederla volare.

  8. 15 giugno 2010 22:10

    ho il cancro.

  9. 16 giugno 2010 19:29

    con un unico commento da me e questo post, mi sono innamorata perdutamente di qua.
    grazie

  10. 29 luglio 2010 00:41

    Ho letto ora… Non riesco a smettere di piangere… Le lacrime mi scendono da sole…
    Non riesco a guardarti che con gli occhi dell’anima…

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