Skip to content

FOTOGRAFIA ETICA?

23 marzo 2007

Sfogliavo il giornale, laRepubblica pagina 27.

Repubblica Ora, sarà che si parla di India, e inspiegabilmente questo argomento mi tocca da vicino (ma credo che se si fosse trattato di altro Stato avrei fatto gli stessi ragionamenti) e sarà che si parla di fotografia, e -inspiegabilmente data la mia incapacità tecnica di fotografare- anche questo argomento mi tocca abbastanza, perchè fotografare mi imbarazza.

Ebbene, la fotografia dell’articolo mi ha infastidita. E non solo per l’accostamento -dettato da regole (più o meno condivisibili) di mercato- con la fotografia pubblicitaria appena più sotto.

Mi ha infastidita perchè è una foto rubata. Perchè racconta troppo poco, tolta la didascalia. Perchè il viso della donna è visibilmente seccato, rubatole l’attimo privato di un pranzo. Perchè mostra la parte intima di una famiglia, la casa, che, seppur smembrata, rimane Casa. Perchè racconta se la si legge bene, ma secondo me racconta nel modo sbagliato, senza un dialogo. Racconta dal punto di vista del fotografo, e non della famiglia indiana (in questo caso). Perchè non sappiamo come quelle stesse persone si sarebbero fotografate se a loro fosse stato chiesto.

Proviamo a pensare a come avrebbero potuto farlo. Supponiamo che il fotografo si fosse avvicinato, avesse chiesto loro di autorappresentarsi in relazione agli sgomberi e alla distruzione delle abitazioni di Mumbai (di questo si parla nell’articolo). Si sarebbero fotografati così, nell’atto di masticare un pranzo senza muri? Forse avrebbero scattato la stessa fotografia, ma più probabilmente no.

Perchè quando usiamo un’immagine per comunicare qualcosa (e quando questa immagine porta con sè significati- e non solo significanti- di una realtà lontana in termini geografici e culturali) dovremmo stare attenti ai rapporti di forza che esistono dietro lo scatto.

Dal momento che questa informazione visiva è veicolata da e per una certa "cultura" ma attraverso l’immagine di un’altra, in una relazione a forma di triangolo isoscele dalla base strettissima, sono convinta che nel processo di comunicazione sarebbe giusto (aggettivo inflazionato, lo so) che tutte la parti diventassero soggetti attivi, e che quindi non solo il fotografo e il pubblico, ma anche il fotografato avesse la possibilità di agire sulla comunicazione che avverrà attraverso un’immagine di lui in una società diversa e lontana.

Credo quindi sia necessario il dialogo anche nella "semplice" realizzazione di una fotografia. Il dialogo può eliminare gli stereotipi, i pregiudizi, e moltiplicare i punti di vista.

[www.fotografiaetica.com  –  "On Photography" Susan Sontang]

9 commenti leave one →
  1. 25 marzo 2007 09:34

    Mi è piaciuto moltissimo questo tuo post davvero, mi ha fatto riflettere su delle cose. Non riesco a essere del tutto d’accordo, non per una non condivisione etica, ma per una riflessione sul tema. In fatto di rappresentazione, l’interpretazione ha sempre l’ultima parola. se anche chiediamo all’altro di esprimersi compartecipando alla nostra riproduzione, è la mente di chi interpreta a inglobare l’altro, non lui a imporsi nello spazio. come la metti la metti il triangolo rimane isoscele. Il chè può essere sgradevole nell’esempio da te citato, ma in un certo senso, è correlato alla libertà di espressione. Comunque grazie per avermici fatto pensare.

  2. 26 marzo 2007 12:16

    ehi come stai?

  3. 26 marzo 2007 13:24

    @pelagia: ciao pelly!ma…abbastanza bene…piove e la metereopatia non dà scampo, ma tutto sommato bene. adesso vado nel tuo blooghino che secondo me c’è qualcosa di nuovo…

    @zauberei: ok, concordo sul fatto che l’interpretazione abbia l’ultima parola, e credo che così debba essere, perchè senza interpretazione non c’è assimilazione nè sguardo critico, ma passività e indifferenza: sono convinta che l’interpretazione può essere “guidata” (tra virgolette perchè comunque l’interpretazione è libera).
    in termini molto pratici e se vuoi semplicistici: se per farti vedere la situazione del biafra mostro una foto di un bambino denutrito e morente (tipiche foto anni ’80) ottengo un risultato: scuoto, creo shock, smuovo. ma finisce lì. non è vero che dò spazio all’interpretazione perchè l’interpretazione non riesce ad uscirne. Inoltre non offro la possibilità al fotografato di dire la sua, semplicemente perchè lo fotografo quando non ha più le forze per farlo (np i mezzi, se vuoi, e qui entra in gioco il dialogo). Posso invece rappresentare la stessa situazione in altro modo, con altre immagini, suscitando e “veicolando” l’interpretazione e facendo partecipi tutti i soggetti (non solo il fotografo che dialoga e in seguito scatta, non solo il pubblico che interpreta, ma anche il fotografato che si impone all’obbiettivo o perlomeno ha la possibilità di farlo).
    sarà sempre un triangolo isoscele, ma anche i triangoli rettangoli sono triangoli isosceli!
    grazie però—non avevo pensato al ruolo dell’interpretazione…

  4. 26 marzo 2007 13:44

    Guarda che so filosofa perciò se ce devo da un tajo è meglio che me lo dici charo:)

    Io capisco quello che vuoi dire, e forse è bene sottolineare che politicamente, o eticamente, mi trovo d’accordo. Cioè mi sento nella stessa lunghezza di sentimento. Mi viene da pensare a una categoria a cui spesso faccio riferimento, che mio marito invece schifa. Te lo dico perchè un esempio calzante. Quando leggo un romanzo, o vedo un film alla fine voglio riflettere sul fatto se quello scrittore o regista, mi sta simpatico o meno. Lo inviterei a cena o meno? Ci scherzerei assieme? Non è detto che ciò coincida col gradimento. Coincide coll’assonanza etica, di valori. Credo che per esempio Saramago scrive i libri come tu vorresti che le foto fossero fatte. Saramago è uno scrittore dolcissimo però, in lui non troverai mai l’insopportabile capacità del vedere lo scomodo, lo psicologicamente scomodo – tipico di certi scrittori tremendamente antipatici, e anche di certi fotografi. Magari costoro umanamente mi disturbano, ma socialmente assolvono una funzione culturale, o psicologica. In entrambi i casi, è l’interpretazione a dare il là, l’idea di chiedere a chi è fotografato di partecipare e dire quello che vuole dire, è sicuramente interessante, ma non so. Se facessero tutti così, ci mancherebbe un pezzo di mondo, tutto l’unheimlich, tutto il perturbante… so che la chiarezza non è esattamente il mio forte:) perdonami! Però comunque un tema interessante di discussione questo tuo.

  5. 26 marzo 2007 15:15

    no, naturalmente non voglio che tu ci dia un “tajo”, perchè mai? è stimolante, no?

    non son filosofa, in realtà non sono nulla a parte me, per ora, credo, cioè, non entriamo nelle definizioni di me che mi mettono sempre a disagio…
    =/

    anche io capisco il tuo punto di vista, e da un certo punto di vista lo sostengo: il mondo ha vari aspetti ed è giusto mostrarli tutti, senza edulcorare nè censurare.
    MA. aggiungo un dubbio. A costo di cosa è giusto mostrare tutti questi aspetti? a costo della dignità del fotografato (e credo esista profonda differenza in questo tra l’arte narrativa e raffigurativa). Se la “giustezza” del mostrare tutto a tutti vale la dignità delle persone ritratte allora tutto è fattibile e giustificato “per la causa”, se invece la dignità di un soggetto viene prima, solo in questo caso, si pone il problema del post.

    è più importante far vedere tutto (che non significa necessariamente fare informazione o fare buona informazione) o far vedere bene?
    (che poi: se facciamo vedere tutto dobbiamo far vedere tuttotutto e quindi anche quello di “Noi” che normalmente non permettiamo si veda -un bambino morto italiano, metti, sotto le macerie di una scuola- e non solo il corrispettivo di culture “lontane” -il cadavere di un bambino sotto le macerie a beirut- ma qua apriamo un altro filone enorme di discussione: perchè Loro possono essere mercificati nella rappresentazione del Mondo -informazione?- e Noi no? Esistono diritti e regole diverse?)

  6. 26 marzo 2007 15:18

    sotto questo profilo ti do solo ragione.

  7. 26 marzo 2007 15:47

    e così finisce la discussione!!!!
    noooooo =O

    che poi…tutte queste riflessioni sono nate in me dopo essere stata in india macchina fotografica spesso in borsa, dopo aver scattato foto moooolto “scorrette”, dopo essermi sentita in imbarazzo nel momento dello scatto e ogni qual volta poi ho rivisto le stesse foto “rubate”.
    perchè chi sono io per fotografare pezzi di realtà che però sono persone, con la loro casa, religione, affetti, ricchezze e povertà?

    perchè io mi nascondo alla macchina fotografica e mi permetto di fotografare senza chiedere?

  8. 26 marzo 2007 19:58

    eh si qualcosa di nuovo c’è!!!

  9. 27 marzo 2007 08:46

    Perchè sei artistica ed economicamente potente, e politicamente però ben intenzionata. Perchè se mi chiedessero a me di farmi fotografare non sceglierei il momento del mio peggio ma quello del mio meglio. Non ti darei mai la mia verità, delegherei ad un altro il dovere di donarla per me. L’economicamente potente poi conta molto: è quello che determina il fatto di avere una macchina fotografica, un registatore di qualcosa che è agli occhi di tutti. Non so se sei una reporter d’assalto:) ma forse sei una persona che vuole poter toccare ciò che ha visto una volta, con la sua interpretazione di quel momento. E’ un gesto che facciamo spesso, anche senza macchina fotografica…lo farà anche l’indiano che per strada, quando pensa ai suoi ricordi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: