A mezz’ora da Varanasi, 22 giugno ‘05, h. 11.00, treno.
Nottata calda ma tutto sommato comoda in treno, alla volta di Benares. Manca solo mezz’ora, alle nostre spalle, coi chilometri, 14 ore di viaggio.
Fuori dal finestrino aperto i binari, il riverbero del sole cocente, basse costruzioni in mattoni rossi tra
cui gironzolano, pigre, le mucche.
Si prende velocita’ lentamente, un treno merci ci viene incontro, sui binari paralleli alla nostra via,
ma in direzione contraria. L’aria che entra nel treno e’ secca, calda. E i campi sono gialli, aridi; figure
di uomini e donne che portano, in un gioco d’equilibrio, grossi cesti di vimini sul proprio capo: mezzi di trasporto con cuore e pensieri. Capanne di fango, paglia; merda lasciata a seccare per poi poter cucinare riso e dal, sempre e solo riso e dal; capre a pascolare sui prati che sono quasi deserti.
Davanti a me Zach, che legge "The city of joy". Tel Aviv non e’ poi la fine del mondo…
E ancora visioni di sari avvolti su corpo di donna, il vento che ne modella i lembi come la Nike del Louvre; un pastore con un bastone, Giuseppe di chissa’ quale messia, con le sue poche capre, gli sta la mano per contarle: risibile, inestimabile ricchezza. Sari stesi ad asciugare, bambini che si sporgono ai muri, ragazze intente a spidocchiarsi a vicenda, gia’ donne con i capelli profumati di olio di cocco.
Superata la piccola stazion di Vyasnagar, uomini immobili sulla banchina aspettando un treno che ancora
nn arriva, con i loro carichi di doni non doni della terra.
Scorgo frammenti di vita da qst treno in corsa: quei bambini che giocano sull’albero, il ragazzo in moto,
la madre che lava i piatti guardata dal suo bimbo, giovani uomini con fame di fama di cricket, due cani
che si rincorrono l’un l’altro…
E’ questo il Gange?
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Varanasi, 22 giugno ‘05, h. 21.30
Stanchi morti, gia’ in ostello, pronti per dormire. Varanasi ci ha accolto, al mezzogiorno, con il suo
calore secco, le sue bici-riscio’, i taxisti che (come sempre) cercano di fregarti.
Varanasi ci ha accolto con i bambini che vendono i colori e gli stampini, quelli che vendono cartoline, quelli che nn vendono niente ma che vogliono comunque qualcosa.
Varanasi ci ha accolto con la brezza del Gange, la vita guizzante di giovani fra le sue acque, la morte
galleggiante sotto forma di corpi gonfi d’acqua, in avanzato stato di decomposizione.
Varanasi ci ha accolto attraverso l’indiano che ci ha spiegato il rito della cremazione, il perche’ nn tutti
i morti vengono cremati sul fiume sacro; sullo sfondo i gath dal fuoco di Shiva, vite arrivate all’ultimo
-costoso- viaggio.
E’ stata una lunga giornata, queso "Wellcome in
Varanasi", intensa e stancante.
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