[Treno, h.16, 28/02/2007]
Che poi quel che penso viene chiarito definitivamente alla mia testolina solo una volta scritto. E a volte ho paura di scoprire cosa penso, ed evito di scrivere. Una sorta di auto-terapia.
Penso che non ci voglio pensare. Che non ho proprio nessuna voglia di interrogarmi preoccuparmi capire piangere sul latte che è ancora nel bicchiere e il bicchiere è ancora sal tavolo, non ho voglia di mettere il carro davanti ai buoi, di fasciare teste prima che incontrino alcun muro, e così via fino alla fine dei proverbi.
Dice Luce che uno dei miei migliori difetti-pregi sia buttarmi a capofitto nelle cose che mi capitano, vivendo tutto a mille, rischiando, è vero, di cadere giù dalla nuvoletta di zucchero filato, a 150 km orari, e stupidamente finendo sempre sullo stesso metro quadro di pavimento, culo per terra-gambe incrociate-broncio. Il bello e il brutto di innamorarmi 3 volte al giorno, di dimenticarmi delle cene, di usare l’agenda solo per scrivere quello che ho già fatto, anche se poi passo notti a pensare a progetti improgettabili.
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E mi piace e mi spaventa questa sua determinazione, mi affascina e contemporaneamente mi fa sentire inadeguata. Mi fa pensare che forse, davvero, ho perso tantotroppo tempo. E sarà anche questo sole, sarà che con la primavera mi sveglio dal letargo, che le giornate si allungano e che sono un po’ metereopatica, ma ho davvero voglia di fare. E ho voglia di essere fiera di me, delle mie giornate. Ho voglia di avere poco tempo e mille cose da fare.
E se questo sia merito suo o dei primi fiori sugli alberi, o entrambe le cose, in fondo non m’importa troppo.
E non m’importa neppure di come andrà -se andrà- questo strano incontro del sabato sera. Non voglio preoccuparmi di cosa sarà, se sarà, per quanto, come, perchè. Non porta a nulla pensarci adesso. ‘Chè è fuorviante, illusorio, inutile.
Come si diceva al Modern Lodge, Sudder street, K. Qui ed ora.