I miei sono partiti per un we in montagna.
Io ora me ne vado a casa sua a vedere la partita e a mangiare una pizza.
Poi vedremo. Vedremo tutti i se i ma i perchè i no e i si. Li vedremo insieme e come al solito non troveremo nessuna soluzione.
Perchè a vent’ anni è tutto ancora intero, perchè a vent’ anni è tutto chi lo sa, a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’ età…
I miei sono partiti per un we in montagna.
Io ora me ne vado a casa sua a vedere la partita e a mangiare una pizza.
Poi vedremo. Vedremo tutti i se i ma i perchè i no e i si. Li vedremo insieme e come al solito non troveremo nessuna soluzione.
La prima volta fu 3 anni fa, a Perugia. Camminavo in salita su una stradina del centro storico e lei era lì. I muri dipinti d’azzurro con tante bolle colorate a rendere l’ambiente meno anonimo. Anche le lavatrici si intonavano sullo stesso colore azzurro che richiama il mare.
La lavanderie a gettoni hanno iniziato ad incantarmi quel giorno. Fu come un colpo di fulmine. Dovetti tornare indietro, rimasi estatica a fissare la vetrina fino a creare imbarazzo al mio amico-accompagnatore.
Quella prima vista dal vivo di una lavanderia pubblica a gettoni mi fece tornare alla mente tutti quei libri in cui altre lavanderie raccoglievano epifanie, pensieri, stream of consiousness, dialoghi, incontri. Chissà, sicuramente anche qualche film di cui non ricordo il nome.
Mi viene in mente Haruki Murakami, ma non so se perchè effettivamente abbia a che fare con qualche lavanderia a gettoni o perchè in quel periodo io ne fossi segretamente innamorata e passassi intere notti a leggere di lui.
E da allora è una cotta che non passa. Ho scoperto recentemente che a Crema, non troppo lontano da dove vivo, hanno aperto una lavanderia a gettoni. Ci passo sempre davanti quando ormai è sera, quando è chiusa. E forse preferisco vederle così, vuote, solo mie, come se sapessero i sentimenti che mi animano, come se dagli oblò di goni macchina mi vedessero e mi salutassero, mentre durante il giorno non possono contraccambiare il mio pensiero, troppo impegnate a far tornare bianchi i panni sporchi dei clienti.
The, una pesca e consapevolezza di dover studiare. Si, devo studiare, devo finire quel libro, devo riguardare gli altri, devo capire di cosa tratta l’esame.
Au revoire.
Tra 5 giorni darò l’ultimo esame della sessione estiva. Questo significa tornare a leggere libri che non siano dettati da professori, programmi d’esame, elenchi di bibliografie astruse.
Significa che tornerò a leggere romanzi, racconti, storielle, poesiole, classici, menoclassici, libri comprati, presi in prestito in biblioteca, rubati al mio zio preferito, ad amici, alla libreria dei miei genitori…
Non vedo l’ora.
L’ultimo libro che ho letto, in treno, tra le coperte e sul divano, risale a gennaio; "Romanzo criminale" di Di Cataldo.
ASSURDO!! io che divoravo senza problemi libri e libri e libri in un solo mese! negli ultimi mesi solo libri per l’università: saggi, saggi, saggi, saggissimi saggi e qualche sparuto romanzo come lettura per i non frequentanti.
Quindi, per prepararmi alla prossima settimana, quando tornerò a provare l’ebbrezza del leggere un libro per puro diletto: cosa mi consigliate? quali sono i libri che vi sono piaciuti di più, che vi hanno segnato, che amate portare con voi? cosa credete che potrebbe deliziarmi, trasportarmi lontano dalla calura e dalla vita reale?
Piove e temporala.
Un sogno.
Adesso esco e me lo godo. Mi godo ogni gocciolina che avrà il buon cuore di posarsi sulla mia pelle.
Quasi quasi torno a dormire…
Ma chi me lo fa fare di svegliarmi sempre alle 7e30 quando inizio a lavorare alle 11???
Dovresti studiare!
Stu…che? Non capisco, puoi ripetere?
Studiare, studiare per l’esame, ricordi?
No, io proprio non capisco, mi spiace. Ci devono essere dei problemi nella comunicazione. Riprova più tardi, ora vado nel letto ancora un po’. Buona mattinata.
Madre Patria. Cresci in un paese tropicale, con il mango e la papaia come gusti dell’infanzia, con la pelle scura del bacio del Sole, con i ritmi lenti dei paesi caldi, con i ritmi della risacca o della foresta. Cresci in un paese dove a scuola t’insegnano a salutare una bandiera diversa dalla tua, a riverirla, cantare per lei, soffrire per lei, risparmiare per lei. Addirittura ti dicono che se necessario è giusto che tu parta per combattere per la tua Madre Patria.
Tu cresci lontano dalle tua Mamma Patria, e un po’ ti manca. Non riesci ad immaginarne completamente la nebbia, le città, le strade. Ma ne conosci la lingua, i giorni di festa, rendi onore ai sovrani. Sei convinto che la tua Mamma Patria debba per forza amarti, come qualsiasi altra madre. Non può non preoccuparsi per te.
E allora quando te lo chiede sei pronto a lasciare la tua casa, i tuoi profumi, le radici, gli affetti, per andare a combattere per difenderla, per mettere il tuo corpo tra lei e le bombe nemiche.
Ma lei, la Madre Patria, non è come te la immaginavi. E’ fredda, terribilmente fredda. E la sua lingua, che ti avevano detto essere la tua, non è il realtà la stessa. Non vi capite, non ti riconosce.
E ti rinfaccia la tua pelle scura, il tuo essere Altro, Bastardo. E smessi i panni dell’aviatore del soldato del mitragliere, sconfitti i nemici, la Madre Patria di rimpatria alla tua vera Madre Terra, ai tuoi profumi caraibici, alle tue acque calde. Promulga atti parlamentari per scacciarti. Non ti vuole più la tua Madre Patria, alla quali giurasti lealtà.
E non speri più nel suo amore materno, non speri più in una sua carezza nelle giornate londinesi fredde e nebbiose. Devi combattere contro i tuoi fratelli bianchi con cui hai difeso la grande Gran Bretagna fianco a fianco, figli legittimo e illegittimo con gli stessi colori e la stessa bandiera.
Devi combattere per avere un piccolo spazio in quella Madre Patria che si è presa tutto di te. E che non ti vuole più, che ti scaccia via. Che non sa neppure chi sei e da dove vieni.
So che scrivere un blog significa essere esposti a tutti, fa parte del gioco, è il bello del gioco. Quindi è lecito, auspicabile e augurabile che tra i commenti ce ne siano anche di critici, dettati da diverse concezione del giusto o da errate interpretazioni.
Mi piace questo scambio di idee.
Sono stata però molto toccata da alcuni commenti al mio post "sui generis", post che kataweb ha messo in home page, con il titolo fuorviante di "mia madre, una vecchia hippy". Alcuni commenti non erano solo critici ma anche violenti nei termini, che sono degenerati in insulti.
Alcuni commenti che mi sono arrivati insistono prepotentemente sulla mia condizione di figlia di papà, sulla condizione dei miei genitori come di riccastri, agiati, benestanti.
Questo tema mi è sempre stato molto a cuore. Perchè non ho vissuto la guerra, nè mai sofferto la fame, ma per lunghi anni a casa non ci si poteva permettere di comprare le scarpe, i jeans o i libri nuovi. Mia madre ha iniziato a lavorare a 16 anni, ha preso il diploma durante la seconda gravidanza, ha sempre lavorato turnando. Mio padre ha aiutato nei campi da quando l’età l’ha permesso, essendo di famiglia contadina. E ora lavora spesso 11 ore al giorno, come dipendente.
Se c’è qualcuno che sa cosa significhe farsi il culo quelli sono i miei, e, un po’ anche io.
A 16 anni, mentre frequentavo il liceo, ho deciso di lavorare nei fine settimana per pagarmi le vacanze, e da allora ho sempre lavorato, affiancando lo studio allo sforzo di raccimolare due soldi per gli extra, per non dover chiedere a casa i soldi per una pizza o un week end.
Non devo giustificarmi con nessuno, di questo sono profondamente convinta, ma mi urta pensarmi considerata figlia di papà quando, dopo una mattinata di studio, ora me ne vado a pulire tavoli, lavare piatti e servire pranzi, giusto per potermi pagare le scarpe che indosso, le vacanze che mi aspettano o la colazione al bar, una volta ogni tanto.
Ciao
E’ più coraggioso chi decide di salpare o chi decide di restare?
Signori, buongiorno!
mi tuffo sulla caffettiera, poi mi metto a studiare-sudare. Alle 10 ho un "brunch" sociale (AHAHAHAHAH), poi al lavoro.
Buona giornata, torno presto.